Il New Jersey inedito di Anthony Bourdain

C’era una volta un libro – il solito libro – di cui vi ho già parlato tantissime volte, State by State. A Panoramic Portrait of America, antologia in Italia per ora inedita. Ve ne ho parlato qui, a lezione e in viaggio, ma soprattutto ve ne ho parlato il giorno che ho deciso di dare inizio a questa rubrica: 50 scrittori per 50 stati, frammenti piuttosto brevi dei ritratti geografici contenuti nel libro suddetto.

In questi giorni sto girando il New Jersey per trasformarlo, presto, in un percorso letterario da condividere con voi, il Rockin’ Jersey. Il mio viaggio di esplorazione ha avuto – e ancora sta avendo – diverse guide, diverse ispirazioni che hanno raccontato questi luoghi ben prima del mio passaggio: alcune piuttosto note (Bruce Springsteen e Philip Roth su tutti); altre decisamente inedite (Rick Moody e la fantascienza); altre ancora delle vere e proprie sorprese. Anthony Bourdain è una di queste.

Il suo ritratto del New Jersey ha fatto, in piccolo, quello che l’intero stato sta facendo in grande in questi giorni con me: offrire la dimensione reale della quintessenza americana, unire la vita dei lavoratori medi a quella immaginaria di chi sta oltreoceano (noi), penetrare i dettagli del sogno americano (quello classico, quello legato al lavoro e alla famiglia e alla tenacia) senza sublimarli. Inizia raccontando che molti dei suoi abitanti avrebbero voluto che Born to Run di Springsteen diventasse l’inno ufficiale dello stato: ma – riflette Anthony – che figura ci avrebbe fatto il New Jersey, se la canzone che lo rappresenta canta il desiderio di fuggire via?

Una figura misera. Meglio far valere quello che si ha in casa. Quando si può.

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Long Beach Island

Leonia, New Jersey, era un paese-dormitorio della middle class a circa dieci minuti da “the Bridge”, il ponte George Washington. Quella vicinanza a Manhattan – un viaggio di soli venti minuti in condizioni di traffico ottimali – ha plasmato tutti noi che vivevamo nell’ombra di New York. Ci ha definito sin dalla nascita come “gli altri”. La gente del ponte e del tunnel, senza neanche quel minimo di vanto di Brooklyn, per dire, o persino del Queens.

Erano i sobborghi, ma non erano neanche i sobborghi di John Cheever. Ciononostante per qualche tempo i miei genitori e i loro amici si sono incontrati la sera, d’estate, per giocare a croquet e poi mettersi a sorseggiare martini e a fumare sigarette. Penso che lo facessero perché leggevano John Cheever. Eppure i giardini delle nostre case erano troppo pendenti, pieni di bozzoli e trascurati per il croquet. Per quanto ne sapessi io, nessuno nel nostro mondo possedeva un campo da tennis, men che meno una piscina, o aveva tresche uno con l’altro o si suicidava. Quel tipo di noia era al di fuori della nostra portata. Mio padre andava a lavoro in autobus. Quando ero bambino lui lavorava come commesso nel settore audio del negozio in centro di Willoughhby’s Camera, di giorno. Di notte diventava il responsabile di reparto da Sam Goody’s nella Garden State Plaza.

I genitori dei miei amici erano grafici, professori di college, attori falliti, pubblicitari di medio livello. Sembrava che tutti guadagnassero più o meno la stessa cifra. Andavamo tutti in vacanza per una settimana o due nello stesso posto: “Down the Shore”, a Long Beach Island, dove dieci o più famiglie affittavano un certo numero di cottage e bungalow tutti vicini. I genitori uscivano insieme e i ragazzi giocavano insieme. Le estati del New Jersey odoravano di erba di marram, l’era tipica della spiaggia. Dovevi avvicinarti abbastanza ai cespugli per sentirla, praticamente dovevi sdraiartici in mezzo, ma in effetti è quello che ho fatto più e più volte: sia quando giocavo con i soldatini o a nascondino da piccolo sia, un po’ più tardi, quando punzecchiavo in modo totalmente inesperto le zone intime di ragazze altrettanto inesperte. Le case bifamiliari o i cottage, con le loro docce all’aperto e i vialetti ricoperti di conchiglie sbriciolate, sapevano di stantio appena arrivavamo. Passava qualche giorno e avevano un odore più allegro: olio abbronzante e aria salata, legno sbiadito dal sole, il mare, il pavimento segnato di sabbia. 

Mezzi addormentati sulla spiaggia, riconoscevamo lo scricchiolio della sabbia contro le orecchie. Il frangersi famigliare delle onde dell’Atlantico che si rompevano contro le banchine, il piacere delle sigarette rubate, le vongole immerse nel burro, le insalate di mais, le funnel cake e i ditalini.

Se ero felice? Dovevo esserlo.

 

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