Gli occhi di una scrittrice

Quando gli Stati Uniti affrontarono la loro crisi economica più devastante – quella del ’29 – credo che pochissimi cittadini del tempo avessero modo, tempo e voglia di pensare all’arte. L’arte di per sé ma soprattutto l’arte che salva, consola, incoraggia, distrae, propone alternative alla miseria, ispira mondi apparentemente lontani. La storia ci ha mostrato che, in circostanze di povertà – materiale, spirituale, umana -, una delle prime cose che viene sacrificata sull’altare della ripresa è proprio l’arte.

È per questo motivo che, quando questo non accade, quando si investe nell’arte per uscire da una crisi materiale, credo sia lecito pensare agli uomini come a dei piccoli creatori di luce e credo sia nostro dovere – nostro, dei posteri – trasformare quella luce in un faro per tutte le crisi a venire. Ché, nostro malgrado, di crisi ce saranno tante e nel tempo saranno costanti.

Quando gli Stati Uniti affrontarono la loro crisi economica più devastante – dicevamo – pochissimi cittadini del tempo pensarono all’arte. Eppure, fu sufficiente che lo facesse il più importante di loro – il Presidente – affinché il mondo – quel mondo povero, disperato, miserabile che era l’America degli anni Trenta – diventasse improvvisamente il destinatario di una ricchezza immensa: il Federal Project Number One, ovvero la narrazione di un paese – trafitto ma laborioso, tradito dall’economia ma ancora coeso dai valori – mediante gli strumenti dell’arte e del giornalismo, della fotografia e del cinema, della creatività e del teatro.

Sono felice di aver già fatto il mio modesto dovere di portatrice di luce raccontando questa incredibile impresa di Franklin Delano Roosevelt (nel passato e nel presente) qui. Sono felice di averlo fatto ma non sono ancora del tutto soddisfatta. Una delle mie più recenti e stupefacenti letture non fa che ricordarmi quanto miracolose, a volte, possano essere le azioni volte al sociale. E quindi oggi voglio presentarvi un’artista, una donna che per fortuna già tanti conoscono ma magari qualcuno ancora no: Eudora Welty, una scrittrice che scrisse con gli occhi e fotografò parole di grande umanità.

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Eudora Welty fu arruolata nel programma del Federal Project Number One come agente pubblicitaria. Siccome suo padre era un collezionista di macchine fotografiche nonché un modesto fotografo, Eudora andò a fare l’agente pubblicitaria portandosi dietro una piccola macchina fotografica. Iniziò a scattare con spontaneità e senza alcuna sofisticazione. Fotografava le cose che vedeva: comunità rurali, spesso afroamericane, che abitavano in piccoli centri del South vicino alle grandi città. Fotografava la Louisiana, il Mississippi, l’Alabama e la loro lotta – o, meglio, convivenza – con la povertà. Fotografava sguardi, gesti, madri; coglieva bianchi e neri che si fondevano in chiaroscuri di luce o, ancor più spesso, in meticciati umani. Fotografava con la stessa naturalezza con cui scriveva e, in poco tempo, diventò una fotografa apprezzata in tutta la nazione nonché una vera e propria maestra del racconto. Cos’erano state quelle fotografie se non dei brevi racconti? E quelle persone, se non degli inconsapevoli personaggi? I soggetti di un unico umore, dirà lei in un’intervista, ormai anziana e ormai famosissima, madre di nessun figlio biologico ma creatrice di una moltitudine di individui teneri e colpevoli, da trattare con ironia e infinita umanità. Anche nel momento dell’abbattimento di ogni intimità, che fosse avvenuto tramite un obiettivo o una penna.

0x300Eudora Welty vinse il Premio Pulitzer per la narrativa nel 1973 con La figlia dell’ottimista, un romanzo breve ambientato tra New Orleans e un piccolo centro del Mississippi, tra le cui pagine prendono vita due grandi donne e un mondo americano minore. Due donne indimenticabili, obbligate a confrontarsi con la propria comunità e fra loro dopo la morte di un uomo per entrambe molto importante: il padre di Laurel, il marito di Fay. Fay e Laurel, tempre diverse e forti in forme diverse, voci fuori da quel coro che sono le damigelle, le zie, le domestiche e tutte le altre figure che costituiscono, appunto, una comunità. Specie nel South. A segnare, però, alcuni dei traguardi narrativi più significativi di questa scrittrice è, a parer mio, la raccolta di racconti Una coltre di verde, dove ognuno di quei membri della comunità, ognuno di quei volti ritratti in fotografia, diventa il protagonista cop_welty-jpegdi un destino diverso. Un destino che è degno della stessa misura di compassione e ironia, ma soprattutto di tutte le diverse tonalità che costituiscono una posa (come quella donna che alza una zappa sulla testa di un giovane, e chissà se poi l’abbassa), una condizione (l’ostinata disperazione di una vecchia zia che attraversa da sola un’intera nazione, sembra, solo per trovare una medicina per il nipotino malato oppure una coppia di sordomuti che attende il fischio di un treno in una sala d’attesa deserta), un suono (quello della sirena che annuncia il gelo e quindi una coltivazione rovinata oppure quello che riempie un salone di bellezza, il vociare, oppure, ancora, proprio il fischio di quel treno irraggiungibile). Ricordo ogni racconto di questa raccolta con una vividezza inconsueta: non mi succede quasi mai, solitamente storie e personaggi dei racconti si fondono in un unico insieme narrativo. Non per quelli di Eudora Welty.

I racconti di Eudora Welty sono stati scritti con gli occhi ed è negli occhi dei loro lettori che spontaneamente riprendono vita, uno ad uno. In attesa di leggere la seconda raccolta che Racconti edizioni ha riportato in Italia, Un attimo immobile, voglio suggellare l’immagine della sua scrittura con le parole di Katherine Anne Porter, altra grande autrice americana (texana, lei) che aiutò moltissimo la giovane Eudora:

È vero, il pubblico dei racconti è più esiguo di quello dei romanzi; ma non mi pare una buona ragione per privare quella minoranza di qualcosa. […] I nostri lettori esistono e di certo crescerebbero di numero, se crescesse la qualità e il numero dei racconti che si pubblicano.

Ecco, qui ne avete un ottimo esempio. Godetene.

 

  1. Mattia Marra

    Amo i racconti.
    Li leggerò.
    Grazie.

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  2. Sabina Montevergine

    Mi ero ripromessa quest’anno di comprare meno libri (che promessa oscena!). Ma per colpa tua il mio carrello Amazon è sempre pieno!

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  3. Pingback: I libri di gennaio 2019 | La McMusa

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