I libri di settembre 2018

Sarò veloce questo mese: ho letto più di quello che posso mostrarvi, ma quello che posso mostrarvi è decisamente importante. Sì, importante.

Credo che per alcune delle storie che troviamo in libreria (la nostra di casa o quella di fiducia in città) l’aggettivo importante sia quello più appropriato: per la rilevanza dei temi, per il loro valore letterario, per la pregnanza storica o stilistica che presentano in ogni pagina. Non saranno forse i libri della nostra vita, ma pensate se non ci fossero.. la nostra vita non sarebbe di sicuro così pulsante. C’è qualcuno là fuori che ci rende consapevoli di come viviamo, che parla di noi nelle storie che scrive. Anche quando non ci sembra vero.

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  • Vicolo Cannery  🇺🇸🇺🇸🇺🇸🇺🇸 | Continua a piacermi di più lo Steinbeck toccante e drammatico di Furore, però questa storia – più leggera e a tratti buffa – ha un merito speciale: raccontare l’altro lato della povertà, quello non miserabile bensì giocoso, avventuroso, persino poetico. È la storia di un piccolo puntino della California, una frazione – se non proprio un’area – di Monterey, dove ci sono una bottega, un bordello, un capannone abbandonato, una caldaia così grande che ci si può dormire dentro, un cinese che ogni giorno va alla spiaggia, un dottore che invece va a caccia di cavie e poi il tempo.. il tempo che fa incontrare i personaggi fra loro, che si increspa in piccoli vizi e inevitabili incomprensioni e che, infine, inizia sempre con l’ora della perla, quella che nessun lettore di questo libro potrà mai dimenticare.
  • The Subterraneans  🇺🇸🇺🇸🇺🇸 | Ho cercato di leggere questo breve libro di Jack Kerouac tutto d’un fiato, in una sola seduta come dicono quelli. Ho cercato di star dietro allo stile torrenziale e libero, alle parentesi che si aprono e agli incisi che interrompono, ai personaggi che entrano in scena dai sotterranei e a quelli che sotterranei lo diventano per il loro stile di vita beat, ho cercato di star dietro agli umori del sesso e a quelli dell’amore, di ascoltare la voce di Jack raccontare tutto questo.. ed è qui che mi sono fermata. Alla voce. O, meglio, alla mancanza della voce. Mai come in questo caso ho desiderato sentire una storia letta ad alta voce, sincopata e vissuta e interpretata alla maniera del jazz e del bop. Avrei vissuto questa San Francisco febbrile e tumultuosa senza pensare ad ogni pagina: “Ma perché non sono fatta di benzedrina?”
  • Un altro giorno di morte in America 🇺🇸🇺🇸🇺🇸🇺🇸🇺🇸 | Tutto quello che avevo da dire su questo testo l’ho scritto qui. Sono sempre più disgustata dalle persone che parlano degli Stati Uniti senza viverli mai, senza venirci mai. Di solito chi passa da queste parti e poi cerca di raccontare sinceramente agli altri cosa ha vissuto, chi cerca di conoscere questo paese e ne scrive, chi fa una professione del proprio stare in America, be’ fateci caso: tutte queste persone hanno più domande che risposte. A chi qui non mette piede, allora, consiglio di leggere almeno questo testo: c’è tutto.

Anche questo mese ci sono due outsider! Los Angeles mi ha obbligato ad apprezzare il valore dei podcast e degli audiolibri più di qualsiasi altra cosa al mondo: le ore trascorse nel traffico, la diversa gestione del tempo on the road fanno sì che diventi intollerabile sprecare quell’occasione nel silenzio o nella semplice musica. Mentre vado su e giù per la  San Diego Freeway, la Hollywood Freeway, la Santa Monica Freeway e chi più ne ha più ne metta, in macchina a LA io ascolto questi due: On the Road di Jack Kerouac letto da Matt Dillon e un podcast sulle storie del West (il Texas non mi molla mai). Il volume è sempre alto!

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  1. Tu mi fai sempre venire voglia di America

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