La bugia della provincia americana

La newsletter #SognaAmericano, a cui molti di voi sono iscritti, è uno dei progetti su cui investirò di più nel 2018. È un appuntamento mensile intimo e potente, in cui mi sento libera e allo stesso tempo utile. Ecco perché ieri ho riproposto l’ultima lettera mandata nel 2017 e oggi riprendo quella più letta di sempre, quella che svela la direzione che vorrei percorressimo insieme nei mesi a venire. Andare là dove ho viaggiato, nei paesini remoti che ho scoperto, nei motel e nei diner dove mi sono fermata, nei luoghi dei libri che ho letto da sola o ad alta voce, luoghi in cui magari non riesci ad andare da solo: andare là dove l’America si svela più problematica e affascinante. Anche grazie, ovviamente, alla voce di chi lì ha vissuto.

Ieri ci accompagnava Cormac McCarthy, oggi David Foster Wallace, scrittore a cui il 2018 dedicherà molta attenzione e molto affetto: ricorre il decennale della sua morte.

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Cominciò tutto quattro anni fa a Bloomington, Illinois. Un paesino di provincia nel cuore del Midwest dove fu offerto a me e a tutti i colleghi che erano con me (4) un lavoro. Una possibilità, un breve incarico, a una di noi addirittura un contratto in duplice copia per i due anni a venire, a tutti – comunque – l’opportunità di trascorrere lì qualche tempo, di impiegare in quel posto in the middle of nowhere alcune delle proprie forze professionali.

Rifiutammo tutti.

Qualche anno prima della nostra visita, alla Illinois State University di Bloomington aveva insegnato David Foster Wallace. Non per un breve tempo, non per un breve incarico, non per sbaglio: Dave – come lo chiamavano i suoi amici e i suoi studenti – aveva deliberatamente scelto di svolgere lì il proprio lavoro di insegnante e scrittore, e lo fece per dieci anni. Amava quel posto, la sua quiete, la sua geometria, la sua distanza dal resto del mondo, i suoi fast food.

Originario di un altro paesino dell’Illinois, sempre universitario, poco più a nord, Wallace non aveva paura della vita di provincia, non ne temeva le tenaglie e il morso, la disfunzionalità e l’immobilità. Eppure le avvertiva, le avvertiva e le conosceva tutte, queste cose.

Gli dicevano che uno come lui avrebbe dovuto vivere a New York, ma lui al solo pensiero ne moriva. Ci dicevano che avremmo dovuto accettare quegli incarichi, ma noi al solo pensiero ne morivamo.

La provincia – immensa, totalizzante, diversa per ogni stato eppure sempre uguale a se stessa, ripetitiva e impossibile da racchiudere in un unico sguardo – è la più imponente manifestazione di autenticità americana e la sua narrazione, il modo in cui si rende “raccontabile”, ha a che fare esclusivamente con una cosa: lo spazio. Un concetto che Europa e America pensano di avere in comune, e che invece le distingue come due mondi assolutamente diversi. Perdi questa distinzione, e perdi tutto.

Pensaci.

Vivere in un piccolo agglomerato di case (non villette, non condominii, non strutture a più piani con  i balconi e i cortili e i marciapiedi) monofamigliari e avere intorno il nulla, per miglia e miglia e miglia (praterie, deserti, campi di grano, campi di petrolio, grandi pianure, altipiani, paludi, just pick one), vuol dire essere intrappolati. Avere tantissima terra a disposizione e sentirsene schiavi. Avere voglia di andare via e sapere di dover percorrere troppa terra prima di poter essere davvero da un’altra parte. Noi questa esperienza dello spazio in Europa non la facciamo: ne abbiamo molto meno, siamo più vicini. Le relazioni in questa America diventano obbligate ma scarne, le possibilità culturali limitatissime, i confini dell’immaginario ristrettissimi, l’alcol a fiumi, la distorsione del diverso inevitabile, la noia tantissima, un’arma spesso nel cassetto.

Qualche settimana fa ho letto un articolo di Eraldo Affinati a proposito della Trilogia della pianura di Kent Haruf. Conteneva nella prima riga la parola letizia, una parola, un concetto che ha fatto evidentemente bene alle vendite di quei libri ma che, allo stesso modo, ha creato un danno culturale molto grande a chi in Italia ha creduto davvero che una vita come quella della provincia americana possa essere lieta. Lieta. Come fa ad essere lieta la vita di uno che non può scegliere tra diverse possibilità? Che conosce solo una strada (in senso letterale e metaforico) e la terra che ha intorno gli impedisce di conoscere tutte le altre?

Vieni a farti un giro in questo Texas, il Texas della Hill Country dove sono io ora, il più dolce che c’è, dove in effetti si sta molto meglio che in altre parti d’America, e dimmi cosa vedi di lieto. La vita di provincia americana è lieta per me che vi trascorro quattro giorni a scrivere e a leggere e poi vado via. A Wallace che aveva tanto di quel mondo dentro di sé che per dieci anni scelse di potersi prendere una pausa da quello esterno, e poi se ne andò via. Agli studenti quando vengono a trovare i genitori o i nonni per il Thanksgiving Day, e poi se ne vanno via. A te che pensi che una mandria di buoi e una ragazza incinta siano la giusta ricetta per l’armonia letteraria, ma in effetti non è che ci vivi qui, e ti basta chiudere un libro per andartene via.

Quel soggiorno nella provincia dell’Illinois, un soggiorno di un mese, ha cambiato per sempre il mio modo di intendere l’America. È lì che ho deciso di aprire il blog, lì che ho deciso di iniziare a raccontarla, lì che di botto ho appreso che quello che in Italia sappiamo di questo immenso mondo americano (reale e letterario) a volte è davvero distorto. 

Lì che ho capito che un salto qui bisognerebbe farlo di tanto in tanto, prima di scrivere certe cose sul giornale. 

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A proposito di giornale e di David Foster Wallace, la newsletter di questo mese offre pochi spunti ma essenziali. Tutti Pivotal. Durante la sua carriera di scrittore, Dave fu invitato a scrivere diversi reportage su diversi giornali del paese. Molti di noi conoscono bene Una cosa divertente che non farò mai più, meno gli altri tre reportage che ti consiglio di leggere oggi: ognuno a suo modo, descrivono la provincia americana – vizi e virtù, piaceri e dolori, forme e visioni – meglio di qualsiasi altra narrazione che io abbia mai letto. Per ognuno di loro, in più, c’è una foto che arriva dritta dritta dall’Illinois, fatta dalla sottoscritta. 

  • Ticket to the Fair: il più completo, il più spassoso, quello che spiega meglio il rapporto con la terra e insieme il carattere delle persone che la abitano.  
  • Tennis, Trigonometry, Tornadoes: il più preciso e matematico, quello che racconta come lo spazio influenza chi (e cosa) vi si muove dentro.
  • 9/11. The View from the Midwest: quello più agghiacciante, che mostra l’America di provincia alle prese con il trauma nazionale più potente degli ultimi anni. In diretta dal salotto di casa Thompson.. e quando leggerai dell’arredamento della casa pensami, sono in un posto molto simile adesso!

Trovi i primi due in italiano in Tennis, tv, trigonometria e tornado, il terzo in Considera l’aragosta.

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Buona lettura! Ci sentiamo, se vorrai, l’ultima domenica di gennaio, il 28 🙂


Un giorno una consulente di fundraising mi ha detto: quando arrivi a quel punto in cui il lavoro è tantissimo ma ancora non riesci a pagare dei collaboratori fissi è un ottimo segno. Vuol dire che stai crescendo bene e vedrai che qualcuno, allora, inizierà a darti una mano. Almeno per ripagare il lavoro che stai facendo ora, dietro le quinte, gratis. 

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  1. iurimoscardi

    Credo che ogni Bloomington abbia in sé questo segreto: farti scoprire il senso dello spazio.
    Io ho resistito a Bloomington, Indiana per due anni. Ma le sensazioni sono esattamente come le tue.

    Piace a 1 persona

  2. Pingback: Tornare in Illinois da David Foster Wallace | La McMusa

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