Per te che ancora non l’hai letta

La newsletter #SognaAmericano, a cui molti di voi sono iscritti, è uno dei progetti su cui investirò di più nel 2018. È un appuntamento mensile intimo e potente, in cui mi sento libera e allo stesso tempo utile. Ecco perché oggi ripropongo l’ultima lettera mandata nel 2017 e domani quella più letta di sempre. Farò di questa corrispondenza il mio modo di portarti là dove ho viaggiato, nei paesini remoti che ho scoperto, nei motel e nei diner dove mi sono fermata, nei luoghi dei libri che ho letto da sola o ad alta voce, luoghi in cui magari non riesci ad andare da solo: ti porterò là dove l’America si svela più problematica e affascinante. Soprattutto adesso che ha davvero molto da raccontarci.

Puoi iscriverti gratuitamente qui. Grazie!


Fin dove ci ha portato (un uomo, non il 2017)

Fino al confine, e oltre.

C’è un fiume, giù al confine tra Texas e Messico, che si chiama Rio Grande. L’avrai già sentito nominare tante volte: è nelle news, è nelle canzoni, è nei libri. Più che un fiume, è una narrazione che scorre da est a ovest e trascina con sé il racconto di qualcosa che abbiamo perduto: l’unità degli uomini, il senso dell’individuo per il sublime, l’armonia primitiva dell’orizzonte.

Il Rio Grande, a un certo punto, poco dopo una piccola città di frontiera che porta proprio il suo nome (Del Rio), si allarga fino a formare un modesto lago disordinato e frastagliato. Un classico ponte di ferro, rumoroso, gli passa sopra, sulle sponde si vedono pochissime persone – qualche pescatore, uno sparuto gruppo di bambini, un uomo che scende dall’auto – e sul suo lato meridionale si staglia il Messico. Dopo Del Rio, la linea del confine meridionale degli Stati Uniti entra in questo fiume, diventa il fiume, spacca in due le acque e le sponde dove non possiamo vederla, e continua, nel tempo e nello spazio, a farsi chiamare Rio Grande. Un fiume, un confine, una narrazione.

Su una di quelle sponde, a nord della linea invisibile, noi ci siamo seduti. Ci siamo seduti e abbiamo letto una parte di quel racconto perduto, la parte che uno scrittore a noi contemporaneo è riuscito – con una grazia che sembra un miracolo – a fare propria. Non solo in un libro, ma in tre.

Ci siamo seduti e abbiamo letto di quella lupa che di confini non sapeva niente; di quel ragazzo che, insieme alla lupa e poi al fratello e poi al cadavere del fratello, aveva attraversato il confine tre volte e nessuna di quelle tre volte era tornato indietro con ciò che aveva cercato; di quel ragazzo – ancora – che si ostinava a riportare qualcuno o qualcosa al proprio posto e che aveva scoperto assai tardi che non c’era nessun ordine superiore a cui riportalo; di quel vecchio – un indovino, un saggio – che disse al ragazzo di non allontanarsi dal cuore degli uomini, perché era in quei cuori e non fuori che giaceva il mondo.

Cormac McCarthy nel 2017 ha portato me e molti di voi sulle sponde di un racconto lontano e ci ha rimesso in contatto con tante cose che avevamo perduto. Lo so perché l’ho visto nei vostri occhi, sulla vostra pelle, in qualche lacrima, in molti brividi. L’ho sentito nella mia voce spezzata, nel suono del vento su quel molo, nel silenzio che ha seguito le mie letture, nel battito dei vostri cuori, nel tramonto sulle terre del Messico.

Leggere Oltre il confine sul confine è stato commovente, primitivo, mistico. Se dovessi scegliere un aggettivo per questo anno appena trascorso sceglierei proprio quest’ultimo: mistico. In virtù di quel momento sul Rio Grande che si è esteso anche indietro, a molti altri. Andare a trovare l’unità degli uomini là dove è stata divisa; essere un ponte tra il cuore di chi scrive e quello di chi legge; guardare un fiume, un cavallo, un orizzonte e avvertire un po’ di più la sostanza di cui sono fatti.

Devo molto ad alcune persone che hanno condiviso con me questo viaggio in Texas: alle parole di Elena, in particolare, risponde questa newsletter. È stata lei a dirmi – a fine viaggio, nel momento giusto – che io sono un tramite tra voi, lettori, e i misteri di certa grande letteratura; che io sono un canale con il quale si sta dentro i libri e non fuori. Un po’ come quei cuori, e il mondo, e il consiglio del vecchio al ragazzo.

Mentre le sue parole mi commuovevano, infatti, io pensavo a quel ponte rumoroso sul fiume, al molo e a quella storia. Mi rendevo conto delle cose che avevo perduto senza accorgermene e di tutte quelle che, però, grazie a quello scrittore, grazie a quel libro, avevo ritrovato. Molte di più di quante ne avessi perdute, in realtà: pensavo al fatto che forse, finalmente, avevo smesso di vagabondare.

Grazie.

——-

A tutti i vagabondi come me, buon 2018.
Nelle parole che seguono c’è tutto quello che si può augurare a qualcuno in un giorno come questo.

Ci sentiamo l’ultima domenica di gennaio, il 28. E intanto, se ti va di andare ancora più giù, al fondo di questa lettera, vedrai che da questo mese c’è una piccola (ma per me enorme) novità: la possibilità di dare una mano al mio lavoro con una donazione, anche minima. Grazie, di nuovo

Disse al ragazzo che pur essendo huérfano avrebbe dovuto smettere di vagabondare e trovarsi un posto nel mondo, perché quel vagabondare sarebbe diventato per lui una passione e tale passione lo avrebbe estraniato dagli uomini e quindi anche da se stesso. Disse che il mondo poteva solo essere conosciuto per come esisteva nel cuore degli uomini. Perché per quanto sembrasse un luogo che conteneva degli uomini, in realtà era un luogo contenuto nei loro cuori e quindi per conoscerlo era lì che bisognava guardare, e imparare a conoscere quei cuori, e per far ciò si doveva vivere con gli uomini e non limitarsi a passare in mezzo a essi. Disse che per quanto lo huérfano sentisse di non avere più nulla a che spartire con gli uomini, doveva mettere da parte quella sensazione, perché dentro di lui vi era una grandezza di spirito che gli uomini potevano vedere, e gli uomini avrebbero desiderato conoscerlo e il mondo avrebbe avuto bisogno di lui così come lui aveva bisogno del mondo, perché erano una cosa sola. 


Corso di Letteratura Americana - FB

E fin dove andremo (nel 2018)

Dopo diversi mesi di pausa (di cui avevo un gran bisogno!) tornano i corsi di Letteratura americana on the road: ne farò uno a Torino a febbraio sul racconto, uno a Milano in primavera sul Pacific Northwest letterario, due quest’inverno a Bologna sui due grandi Mc texani (McCarthy e McMurtry) e infine uno in un maneggio in Emilia, ad aprile, per rivivere alcune mitiche atmosfere del West. Cavalli compresi.

Non saranno solo i corsi a fare il loro glorioso ritorno nel 2018: dopo l’esaltante esperimento californiano di quest’anno con le mini Book Riders, la prossima estate vorrei riproporre due tour letterari. Ad agosto nel boscoso e argenteo Pacific Northwest (Seattle + Portland) e a settembre in Illinois, a salutare gli amici di David Foster Wallace dopo dieci anni dalla sua scomparsa.

Anche i Book Riders veri e propri avranno il loro nuovo tour, ma su questo vige ancora un misterioso silenzio! Qualcosa dovrò pur tenere nascosto, no? 

Questa newsletter, infine, continuerà con la stessa costanza del 2017 se non anche di più: in un anno voi iscritti siete raddoppiati e io mi sono sentita sempre più a mio agio a scrivervi in questa forma. Per il 2018 vorrei che il claim della McMusa (Te la do io l’America!) diventasse ancora più imperativo: ti porterò là dove tu non arrivi, in quell’America autentica e remota in cui luoghi, persone e storie si intrecciano e si raccontano a vicenda. Per iscriverti clicca qui

Spero vorrai continuare a viaggiare con me in questo infinito sogno americano – più volte infranto ma ancor più promesso – nella forma che più ti piace. 


Un giorno una consulente di fundraising mi ha detto: quando arrivi a quel punto in cui il lavoro è tantissimo ma ancora non riesci a pagare dei collaboratori fissi è un ottimo segno. Vuol dire che stai crescendo bene e vedrai che qualcuno, allora, inizierà a darti una mano. Almeno per ripagare il lavoro che stai facendo ora, dietro le quinte, gratis. 

Ti andrebbe di essere tu ad aiutarmi? Anche con poco. Te ne sarei grata! 

Userò le tue donazioni per riviste, giornali e libri; costi tecnici della newsletter; migliorare la qualità dei miei servizi grazie all’aiuto di professionisti.

E per continuare. Grazie!

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Un Commento

  1. Pingback: La bugia della provincia americana | La McMusa

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