Una storia di cowboy e fast food (Part 2)

Questa storia che è cominciata un po’ come una barzelletta – ci sono un americano, un tedesco e un russo in un fast food di un paesino del Texas sperduto nel nulla.. – è, in realtà, una piccola prova di critica letteraria. Prende le mosse da un libro di nonfiction e mette in contatto fra loro il suo autore (Larry McMurtry), un’esperienza (la vita nel ranch), un luogo (il Texas ma, più in generale, l’America dagli spazi immensi) e un altro libro (Il narratore. Considerazioni sull’opera di Nikolai Leskov di Walter Benjamin).

Quest’ultimo – dal titolo decisamente serio, quasi accademico – contiene una verità che sappiamo appartenerci non appena la leggiamo: il narratore è quella persona che si muove da una comunità a un’altra, da un luogo a un altro e racconta un’esperienza. Il narratore è, in prima istanza, una persona che comunica con altre persone in forma orale. Attraverso questa comunicazione mette in relazione se stesso, la sua esperienza del mondo e la comunità a cui la racconta. Il processo di scrittura – aggiunge poi Walter Benjamin conferendo al discorso una dimensione decisamente più moderna e meno da antologia epica – non è poi così diverso: i racconti letterari dovrebbero avere la stessa funzione di quelli orali. Questo è quello che chiede la letteratura, la vera letteratura ai suoi attori: comunicare le esperienze autentiche che l’autore fa del mondo a persone a lui sconosciute ma comunque vicine (i lettori).

Benissimo.

Cosa succede, paventa Benjamin, quando l’individuo, e quindi lo scrittore, smette di fare esperienza del mondo e non ha più nulla da raccontare alla sua comunità? Cosa succede se si crea una distanza, si interrompe la catena di comunicazione tra questi tre protagonisti – scrittore, esperienza, lettore?

Risponde McMurtry, ma risponde in un modo che a Benjamin non sarebbe piaciuto per niente. Il primo porta questa teoria nel bel mezzo del Texas più profondo e fa saltare a uno a uno gli anelli della suddetta catena parlando semplicemente di cowboy, ranch, praterie e fast food; il secondo resta distante, in attesa di un arresto della modernità di cui il primo non ha neanche visto l’inizio.

Mi spiego.

Walter Benjamin “incolpa” la società moderna come prima responsabile del disintegrarsi dell’autenticità dell’esperienza: in che misura l’esperienza che l’individuo fa di questo mondo – frammentato, tecnologico, frenetico – può essere autentica? Se viene meno la pregnanza degli eventi e delle opere (la cosiddetta aura), se si affievolisce il rapporto tra individuo e azione nel mondo, se si disperde il potere di un’interazione tra individuo e individuo, cosa resta da raccontare?

Scusate la demistificazione di cotanto raffinato ragionamento, ma McMurtry – immaginatelo dedito a un’attenta e ragionata lettura in questo modesto e poco affollato fast food di un paesino della provincia texana, in cui il rumore più assordante è il fischio di un treno lontano e la vista non incontra ostacoli fino a un orizzonte irraggiungibile e quasi sempre terso – risponde a Benjamin: ma Walter, ma tu che parli di passaggio da una comunità a un’altra, di esperienze del mondo e incontri tra comunità, di interazioni e significativi scambi di storie, ma tu in Texas sei mai venuto a farti un giro? Ma tu hai idea di quanto tempo ci vuole a spostarsi da un paese texano a un altro? Hai visto tracce significative di quella che tu chiami modernità, quaggiù? Tu, infine, sei mai andato a pascolare con il bestiame? Che tipo di esperienza potremmo raccontare a chi, centinaia di miglia più a sud/nord/est/ovest fa esattamente la stessa cosa e la fa per lo più in solitudine?

Cosa ne sa un intellettuale europeo della narrazione di un cowboy?

E qui, più o meno a pagina 3, inizia il racconto dolce e spontaneo, sincero e acuto, dell’autenticità dell’esperienza osservata dal punto di vista di chi vive in uno spazio infinito, dell’esperienza vissuta sì in modo autentico, ma in remoto e in sordina: da una prateria, da un diner vuoto, da una strada deserta, da un ranch di pionieri, da una ferrovia che arriva da lontano e che, soprattutto, probabilmente nessuno sa davvero dove porta.

Se c’è un testo tra tutti quelli che ho letto nella mia vita che ha dato un senso alla relazione che vado costantemente cercando tra luogo e scrittura, questo breve memoir di Larry McMurtry è quel testo. Questo breve memoir che tratta di libri, certo, e anche di scrittura, come vi ho abbondantemente detto finora, ma che tratta soprattutto di spazio, spazio infinito, vasto, assordante e silenzioso, spazio come noi europei non ne abbiamo esperienziato mai. Spazio che appartiene a un io ma che forse non può essere raccontato nel modo in cui Benjamin avrebbe voluto. Sono tutti troppo lontani, sono tutti troppo soli.

Alcune parti che ho amato particolarmente:

Early on I realized the force of the place and loved the skies. I wasn’t especially happy, being conscious too young of the gap between my abilities and what was expected of me, but I was securely placed. […]

It was a modest world, nothing one could compare to the great ranches of the Panhandle, the Trans-Pecos, or south Texas, but it was so sharply and simply defined that it has, ever after, drawn a kind of border about my imagination, geographywise. I see that hill, those few buildings, that spring, the highway to the east, trees on the south, the limitless plain to the north, whenever I sit down to describe a place. I move from the hill to whatever place I’m then describing, whether it’s south Texas or Las Vegas, but I always leave from that hill, the hill of youth.

L’incidente con la mucca, sulla strada di casa, da cui scaturisce l’intero racconto dell’intervento al cuore e della duplicazione del sé: Larry che leggeva prima dell’operazione e Larry che non leggeva dopo l’operazione.

Il paragone tra le mucche e i libri: l’autore non era destinato a fare il cowboy, l’avevano capito sia lui che suo padre molto presto; le abilità richieste per gestire una mandria di buoi le aveva destinate ai libri, centinaia di migliaia di libri, spostati da una parte all’altra del paese, curati e inseguiti uno per uno, per la gioia di pochi appassionati collezionisti.

Ogni descrizione della nostalgia per la vita dei cowboy, una vita che fu autentica per soli vent’anni e che poi divenne il mito di se stessa. Un mito da cui l’America non si libererà mai e che, anzi, ha conquistato tutti noi.

Infine, questo. Questo che è un messaggio di grande libertà intellettuale, secondo me, un messaggio che spero possa dare a ogni lettore un po’ di quel senso di illimitate possibilità che siamo soliti conferire al cowboy, là nelle praterie infinite, là in un ranch sperduto nelle campagne texane con il treno che fischia in lontananza:

Literature, as I saw it then, was a vast open range, my equivalent of the cowboy’s dream. I felt free as any nomad to roam where I pleased, amid the wild growth of books. Eventually I formed my own book herds and brought them into more or less orderly systems of pasturage. I even branded them with a bookplate that had once been the family brand: a stirrup drawn simply and elegantly by my father.

SalvaSalvaSalvaSalva

Annunci

Un Commento

  1. Pingback: Una storia di cowboy e fast food (Part 1) | La McMusa

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: