Una storia di cowboy e fast food (Part 1)

Nei primi decenni del secolo scorso, un pensatore tedesco di raffinatissimo intelletto e spiccato spirito critico incontra la modernità e la indaga: la riproducibilità tecnica, l’architettura delle città, l’aura delle opere d’arte, i drammi radiofonici, la perdita di valore del racconto, la guerra. Mezzo secolo più tardi uno scrittore texano di grande fama e inesauribile curiosità siede nell’unico fast food della sua piccola città dimenticata dalla modernità, lì sul finire delle Grandi Pianure, e legge le parole del pensatore tedesco. In particolare, lui che è un grande narratore e di mestiere scrive e colleziona storie legge il saggio che l’intellettuale suo predecessore pubblicò a proposito dei racconti di Nikolai Leskov, autore russo.

In altre parole, più specifiche: nel cuore degli anni Novanta Larry McMurtry è al Dairy Queen di Archer City, Texas, che legge Il narratore. Considerazioni sull’opera di Nikolai Leskov di Walter Benjamin (che si legge “beniamin” e non “bengiamin”), libro fondamentale della critica letteraria europea pubblicato nel lontano 1936. Lo legge, lo ascolta, lo mette in pausa mentre mangia, lo rilegge, lo paragona, lo contestualizza, lo lavora proprio come Benjamin lavorò a suo tempo la modernità – cose non facili da capire per chi le incontra per la prima volta, cose di cui si intuisce la grandezza senza poterla totalmente abbracciare.

E questo è solo l’inizio, un incontro fuori dal tempo e per ora ancora fuori dal libro di cui vi voglio parlare. Un incontro che è un espediente di McMurtry per pensare alla sua vita in Texas e raccontare, così, successivamente, un pezzo di storia americana, un pezzo di storia personale che con il pensatore tedesco e il narratore russo cosa potrebbero mai avere a che fare? Quando il primo nasceva in Germania e il secondo scriveva i suoi racconti in Russia, lì dove adesso c’è il Dairy Queen, lì dove nel cuore degli anni Novanta c’è questo grande scrittore texano seduto a un banale tavolo con un vecchio libro davanti c’era questo: il cowboy. Non le fumose città europee, non i caffè letterari (neanche i caffè non letterari), non i treni, le guerre, le genti, le redazioni, le industrie, le strade della laboriosa e affollata Europa. No.

Lì c’era il cowboy, quello originale. E niente altro.

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Larry McMurtry è uno scrittore che ho conosciuto l’anno scorso a Houston, in una libreria di catena dove campeggiava un’edizione del Texas Monthly dedicata ai suoi primi 80 anni (e al suo faccione in bianco e nero) che nel giro di un attimo diventò mia. Dopo averla sfogliata lì sul posto, scoprii che io Larry l’avevo già conosciuto, in realtà, dietro le quinte di quel film straordinario su cui spesi tutte le mie lacrime (più volte) che si intitola I segreti di Brokeback Mountain, di cui fu sceneggiatore premio Oscar. Larry lo ritrovai a Austin, sempre durante lo stesso viaggio, nella libreria più grande del Texas dove infine comprai un suo libro – questo libro – che aveva nel titolo la stessa poetica del fast food che ho io nella mia bio nonché il nome del grande maestro che mi iniziò alle fatiche dell’intelletto, Walter Benjamin appunto, quel genio difficilissimo (e spesso da me maledetto) su cui scrissi la mia prima tesi di laurea.

Anche questo fu un incontro fuori dal tempo, che di quell’altro replicava – credo – la pregnanza un po’ mistica, un po’ nerd. Fu solo dopo averlo letto, però, che mi resi conto di un’altra corrispondenza, una corrispondenza se vogliamo ancora più mistica e decisamente meno nerd, ma per questo motivo forse un po’ inquietante: se è vero che a Larry McMurtry servì Walter Benjamin per raccontare un pezzo di storia americana e, ancor più, un pezzo della sua storia personale, allora è anche vero che a me Larry McMurtry è servito per rispondere a domande così reiterate nella mia vita, così sempre presenti nelle mie giornate che quasi quasi avevo rinunciato a rispondervi.

Queste domande iniziano e finiscono più o meno così: perché l’esperienza americana sembra così simile alla nostra ma poi, quando la conosci da vicino, si rivela così diversa? Perché, scrive McMurtry, what frontier experience produced was silence. E a noi europei, invece, Benjamin aveva detto che l’esperienza è racconto.

[To be continued..]

 

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  1. Gaia

    Son già curiosa di leggere il seguito!
    A presro
    Gaia

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  2. Pingback: Una storia di cowboy e fast food (Part 2) | La McMusa

  3. Bella scoperta questo tuo blog! anche io ho fatto la tesi su Benjamin, ormai 27 anni fa… questo libro mi incuriosisce moltissimo, grazie per avermelo fatto scoprire

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