#lovingNYC | Ancora

Sono a Washington Square e sono una delle persone sedute in uno dei quattro quarti di prato intorno alla fontana, di fianco all’arco. Gli altri intorno a me stanno guardando il cellulare, mangiando, prendendo un bagno di sole mezzi nudi, suonando (c’è molto rock’n’roll nell’aria), cullando dei bambini, provando dei passi di danza, ballando interamente, chiacchierando, facendo esercizi di yoga addominali karate stretching, vedo qualcuno che è pure nel mezzo di un date (si riconoscono ovunque le coppie ai primi appuntamenti), riposando i piedi le gambe gli occhi, facendo foto, fumando, scappando dai getti della fontana portati in giro dal vento, leggendo, disegnando, scrivendo messaggi di amore universale su un rotolo bianco presieduto da una strana ragazza con un fiocco rosa in testa, parlando al microfono per un’intervista, camminando, dormendo, passeggiando i cani.

New York non è cambiata dall’ultima volta, ancora.

Non so bene come sono finita qui, oggi volevo stare a Brooklyn, visitare i dintorni della casa che mi ospita in questi giorni e invece, appunto, New York non è cambiata: l’unico vero modo in – interrompo perché sta passando una signora con un pappagallo bianco sulla spalla e fa finta che sia tutto a posto, tutto ok, no? – l’unico vero modo in cui si fa conoscere è obbligandoti a perderti.

Interrompo di nuovo: le ragazze dell’intervista hanno voluto intervistare me. Stanno facendo un progetto per Glamour sulla bellezza, su come noi donne reagiamo ai complimenti. Mi hanno approcciata dicendo “You’re so beautiful”, io ai complimenti reagisco alla grande e quindi ecco che mollo l’iPad e rispondo alle loro domande, con tanto di microfono, ovviamente.

Dicevo: a New York ci si deve perdere. E si devono avere buone scarpe. Dopo una passeggiata di ricognizione lungo l’East River, con lo sguardo puntato sui due ponti (Brooklyn e Manhattan) e sui grattacieli di Wall Street, dopo la traversata del primo ponte e il passaggio da un distretto all’altro, dopo gli insulti sussurrati ai turisti e le parole d’amore lanciate a degli operai subacquei che aggiustavano un pontile calandosi nel fiume con una fune, a un certo punto ho intravisto Canal Street, ho realizzato che ero circondata da negozi cinesi e ho pensato: e io a Chinatown come cazzo ci sono arrivata? Camminando tre ore e non accorgendomene. Red Hook, Dumbo, Lower Manhattan, Soho, Tribeca, West Village: li ho attraversati tutti, li ho salutati tutti, ho buone scarpe.

New York non è cambiata dall’ultima volta, ancora.

Le cose che mi avevano stupita la prima volta, però – le dimensioni, l’imponenza di ogni cosa, i colori delle persone, le loro stranezze, le migliaia di convivenze, la puzza delle strade, le ventimila specie di alberi e uccellini, il frastuono del traffico -, non mi stupiscono più, non mi fanno sobbalzare a ogni passo. È l’effetto di tutta l’America che ho visto in questi anni, l’effetto bello e brutto di quello che chiamiamo esperienza e che oggi non so dirvi se mi piace o no. Quando l’innamoramento diventa amore si perde sempre inevitabilmente qualcosa.

Due cose, tuttavia, continuano a emozionarmi come sette anni fa: la quantità di elicotteri che bucano il cielo, ininterrottamente. E la Statua della libertà, che se ne sta là dietro e tu ti devi ricordare di girarti per guardarla. Il simbolo per eccellenza di questo paese, di questo secolare e immortale sogno americano, che per guardarlo ti devi ricordare. Che per visitarlo ci devi andare. Via acqua. Mi strugge ogni volta questa cosa, e mi strugge vederla, guardarla, cercarla. Mi strugge il braccio tenuto in alto indefessamente, la fiamma, il suo colore, le incrostazioni di salsedine che le immagino addosso, lo sguardo che non vedo ma che – se solo fossi capace – saprei disegnare a occhi chiusi. Mi strugge sentire che per me significa ancora qualcosa, quello sguardo. Ancora qualcosa.

C’è una mamma bionda con due gemelli biondi di appena un anno sul prato, uno gioca e l’altro piange. Mentre consola quello disperato controlla che il preso bene non scappi via. Una famiglia di italiani – mamma papà e due fratelli adolescenti – si sono sdraiati accanto a me, cercano tutti un Wi-Fi libero ma il fatto di non trovarlo non li fa innervosire. Il padre dice ai figli con occhio sognante: “Al Greenwich Village puoi fare di tutto.” È arrivato il solito matto incazzato con tutti con il sistema con il mondo che urla in giro la sua rabbia o, se me lo concedete, la sua libertà. Non se lo fila quasi nessuno. Un ragazzo che avrà al massimo quindici anni suona la chitarra appoggiato al tronco di un albero.

New York non è cambiata dall’ultima volta, ancora.

Però io voglio che un po’ lo faccia e quindi la cercherò, la scoverò nelle vesti nuove che vorrà svelarmi: altre strade, altri ristoranti, altre piazze, altre abitudini, altre amicizie. Iniziando con quella più importante, che vedrò già stasera.

Vi saluto, quindi, che vado a prepararmi.

Sirena dei pompieri sullo sfondo. Classic.

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  1. Simonetta cirti

    Ci fai sentire un po’ con te a NYC! You’re so beautiful!

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  2. Non è New York che cambia. Cambia chi la visita, chi la vive. New York è sempre li, disposta a ricevere qualunque versione di te stessa che tu le voglia fare vedere.

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  3. Mattia Marra

    Grazie Marta. Nostalgia sempre nostalgia di New York!

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  4. Yeeeee! Non vedo l’ora di leggere il seguito!

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  5. ❤ manca anche a me! Buon viaggio nel viaggio!

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  6. Mi ha fatto respirare un pezzetto del tuo cielo e poi, come ti ho già detto, le tue Stories su IG fanno bene al cuore. Sarebbe bello se, un giorno, questo diario diventasse un qualcosa da poter toccare, leggere e sfogliare. 🙂

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