La California inedita di William T. Vollmann

C’era una volta un libro di cui vi ho parlato tante volte, State by State. A Panoramic Portrait of America. Ve ne ho parlato qui, a lezione e in viaggio, ma soprattutto ve ne ho parlato il giorno che ho deciso di dare inizio a questa rubrica: 50 scrittori per 50 stati, esercizi di traduzione di frammenti piuttosto brevi dei ritratti geografici contenuti nel libro suddetto. Libro in Italia per ora inedito.

C’era una volta uno scrittore che per questo libro ha scritto il ritratto della California; ritratto che più che essere un ritratto, in realtà, è il racconto di come lui vive la California, del suo viaggio per scrivere il medesimo e di tutto quello che ha incontrato nel mezzo. Di bello e di brutto. Di normale e di anormale. Di sogno e di realtà. Tutto descritto con lo stesso tono da viaggio a metà tra lavoro e gita nei paraggi di casa; niente riparato dal suo sguardo investigativo, prospettico e pungente.

Ecco a voi la California inedita di William T. Vollmann, o almeno una breve porzione. Spero vogliate goderne se non fosse altro perché dà la misura di quanto sia sbagliato sognare i sogni che non restano al passo con la realtà.

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ph-Eric-Fischer

Chi ci crede più al “California dream”?

Al tempo dei conquistadores il sogno era che la California fosse un’isola delle Amazzoni. Con altrettanta brama, i missionari la concepivano come un impero di anime salve e schiavitù. Intanto, vasti ranch chiamavano se stessi come la terra e i loro rispettivi padroni, devoti e profani, sognavano sogni biblici di moltiplicazione del bestiame […]. Sequestrata dagli Stati Uniti d’America, la California cominciò allora a incarnare il sogno dell’oro. […] Gli aranceti di Los Angeles si ingrossarono, i promulgatori iniziarono a parlare di “Tropical California” e gli agrumi diventarono presto un’infezione dorata. Altre espressioni del tempo erano “facilità”, “salubrità”, “recupero”: stavano a significare la trasformazione della terra da una supposta condizione di stato desolato (vedete, era stato ridotto così dagli Indiani, che erano stati rapidamente espropriati, schiavizzati o sterminati per un bene più grande) a quella di podere e a quella – tipica epitome dell’Americanismo – di “autosufficienza”. Come insisteva quella canzone del XX secolo, in California non piove mai; e dunque gli abitanti di quel paradiso soleggiato iniziarono a dipendere dall’irrigazione. In progetti così audaci come l’insediamento nel deserto dell’Imperial Valley, l’autosufficienza richiese il recupero delle spese dei contribuenti e più gente veniva in California più c’era bisogno di acqua, acqua il cui finanziamento richiedeva o più soldi pubblici – come ad esempio nella costruzione della Diga di Hoover – o maggiori vendite di terra – il che significava compratori che avevano bisogno di più acqua. Nel frattempo giunsero i pozzi petroliferi, la maggior parte dei quali finirono nella California del Sud, industrializzando e urbanizzando i loro dintorni. Più lavoro significava ancora più persone. E sempre danzava il sogno che la California fosse in qualche modo speciale: la vita sarebbe stata generosa in queste brezze marine di eterna estate odorose di pompelmo. Nonostante il lavoro sottopagato e spesso terrificante dei lavoratori immigrati continuasse ad essere più o meno nascosto – almeno finché César Chávez cominciò le sue marce, i digiuni e i boicottaggi – i ghetti urbani risaltavano piuttosto visibilmente nella carne della California, come fossero piaghe. Ne Il giorno della Locusta di Nathanael West, il sogno è già diventato una parodia d’incubo, addobbato del desiderio disperato delle masse di autodrogarsi con un barlume di una qualsiasi delle celebrità di Hollywood; insaporito dalla rabbia di chi aveva creduto nelle brochure e adesso scopriva che aver scambiato Pittsburgh o Cedar Rapids per un ritaglio di California immobiliare non aveva reso meravigliose le loro vite. La California che io conosco è in parte la terra dei lunghi spostamenti pendolari, delle case che non ci si può permettere, dei siti di rifiuti tossici Superfund, dei mezzi pubblici sovraccarichi, delle cattive scuole (salvo che per i ricchi), del crimine che aumenta – in breve, è la terra della realtà. […]

Sono nato qui e qui ho vissuto la maggior parte della mia vita. Mi piace l’informalità non proclamata (quand’è stata l’ultima volta che ho dovuto indossare un abito?), l’anonimità tollerante o, se preferite, blasé (chi se ne frega se quella donna sta infilando la lingua nella bocca di un’altra donna?) e persino la superficialità. Molti dei miei amici californiani sembrano provenire da altri posti. Nelle lerce, vecchie città di mattone nell’Est a volte mi sembra che la gente sia cresciuta macchiata dalla storia. Boston, Providence, Salem, Rochester: questi posti mi sono alieni perché gli inverni, le piogge e l’antica violenza macchiano le loro mura. In California, dove il futuro promette sole perpetuo, la maggior parte di quello che vedo è: superstore, mini centri commerciali, armate di case fatte con lo stampino dove una volta c’erano campi e acquitrini. I drive-in ci mettono troppo tempo, ordino un hamburger drive-thru e vivo il California dream.

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PS: se non sai cos’è il drive-thru clicca qui (e poi leggi bene).

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