7 storie per uno stato: è arrivata una cartolina dall’Illinois

Nella buca delle lettere non ci stava. L’abbiamo piegata, arrotolata, stretta e compressa, e però comunque lei non ci stava. L’abbiamo spinta a forza, qualcuno voleva saltarci di sopra come si fa con le valigie troppo piene, l’abbiamo pregata di entrare nella buca delle lettere, e però comunque lei non ci entrava.

Allora dalla buca delle lettere l’abbiamo tolta, l’abbiamo riaperta, smontata, frammentata, abbiamo preso ogni suo foglio e l’abbiamo disteso a terra, poi ci siamo radunati intorno e, uno a uno, li abbiamo guardati: erano 7 ritratti diversi, un colore di fondo uguale – il verde – che però cambiava sempre ogni volta che cambiava il ritratto, un gruppo di gente insieme che eravamo noi e alla fine, al centro di tutto, una storia.

7 storie per una sola cartolina.

7 storie per uno stato, l’Illinois, che nessuno sapeva tanto pieno di cose da raccontare.

Persino la buca delle lettere – così piccola per storie così grandi – ne era ignara.

la fontana di nelson algren

1. West Side Chicago. I quartieri di Nelson Algren e Saul Bellow. Raccontavano di com’è difficile arrivare in America e sentirsi a casa, raccontavano di una città che negli anni si era fatta operaia, violenta e passionale, raccontavano dei polacchi, gli ebrei, gli irlandesi e gli italiani che non varcavano il confine di downtown ma si radunavano a Ovest, come proiettati verso quella leggendaria spinta di conquista tutta americana che alcuni di loro – forse Augie March, di certo non gli emarginati di Algren – erano riusciti a trasformare in successo, giocando con l’azzardo, l’inganno, la paura, la povertà. Un giorno Bellow vinse il Nobel per aver raccontato tutto questo, e a lui è dedicata una via, un parco, un’intera tradizione di Chicago. Un giorno, qualche anno prima, Algren scrisse questo: “Once you’ve become a part of this particular patch, you’ll never love another. Like loving a woman with a broken nose, you may well find lovelier lovelies, but never a lovely so real”, e a lui gli fu dedicata una fontana d’acqua limpida nel mezzo di un incrocio lurido e stupendo.

Wabansia Street - Nelson Algren

2. Le notti di Chicago. La vita è passione che consuma la periferia. Non ci sono i grattacieli famosi della Windy City, né le sue architetture vetrate e d’avanguardia. Non ci sono uomini d’affari, anzi, non ci sono affari di soldi ma solo affari di vita. Affari che hanno il sapore della disperazione, dell’abbandono, si discute per l’amore e di vagabondaggio, si fa a botte, è buio là fuori e l’unica luce è quella del neon. Dentro il buio ci sono l’industria e i marciapiedi grigi, una birreria chiusa da anni e dei tavoli di legno in mezzo ai fabbricati operosi. Gli uomini e le donne delle notti di Chicago sono voci sole che gli altri dimenticano ma che invece a noi sono arrivate inaspettatamente piene di luce ed emozione in Wabansia Street, quella via dell’amore dove Nelson Algren – decenni fa – scivolava nel tempo con Simone de Beauvoir.

Chicagoland - George Saunders

3. Chicagoland. Le case tutte uguali di George Saunders. Nove sobborghi principali, una fascia di trecento chilometri di conformismo tutt’intorno alla terza città più potente d’America, un anello di noia e monofamiliari dove qualsiasi storia scorre piatta su sé stessa e, se qualcuno a quel conformismo tenta di opporre originalità e ribellione, si ritrova ad attorcigliare la propria vita su una croce in giardino come fosse pazzia. Fa sempre freddo quando si prova tensione: è così che davanti alla casa bianca con il tetto rosso stiamo poco, ché a guardare l’orizzonte ascoltando le parole di Saunders queste case sono tutte uguali e, a guardare ancora meglio, c’è anche qualcuno che esce sul vialetto e si chiede con sguardo vuoto e un pallone inascoltato che rotola giù dal canestro chi siamo noi, così diversi lì impalati davanti a un libro e non previsti.

Illinois State Fair - David Foster Wallace

4. La Illinois State Fair. David Foster Wallace celebra la campagna. Non è agosto ma fa lo stesso un caldo intenso. Non ci sono le giostre, ancora, ma qualcuno sfreccia laggiù su moto rumorose ricoperte di polvere gialla. Più di vent’anni fa, ormai, su commissione di una “rivista fighetta della East Coast” arrivò qui a Springfield, la capitale dell’Illinois, uno scrittore che delle giostre aveva una paura fottuta e che però, nonostante questo o proprio in virtù della sua contraddittoria e spassosa voglia di sentirsi comunque parte dell’evento più importante dell’anno campestre illinoisiano, trascorse nel Fairgrounds giornate esilaranti e sofferte il cui resoconto, raccontato nel reportage Ticket to the Fair, è diventato per noi, in men che non si dica, quel compagno di viaggio travolgente e ammiccante da cui non riesci più a staccarti.

Spoon River cemetery - Ann Rutledge

5. Spoon River. L’antologia delle voci dimenticate. Sono morti un secolo fa e adesso riposano in due cimiteri poco distanti l’uno dall’altro, tra le uniche due colline di uno stato senza colline. Si chiamano Anne, Jones, Henry, William, Nancy, Edgard: in vita furono contadini, amanti, patrioti, soldati, cantori, poeti, uomini. In vita furono la gente di un villaggio piccolo e normale, sdraiato sulle rive di un fiume che oggi – a distanza di così tanti anni e con così tante musiche di parole e note a lui dedicate – sembra fatto di pagine e non più d’acqua. Spoon River è il silenzio di noi che andiamo a cercare la tomba di Edgard Lee Masters e appoggiamo il suo libro accanto ai fiori; Spoon River è la poesia dedicata ad Anne Routledge, amante del presidente Lincoln, simbolo di quell’Illinois potente che ora si è fatto mansueto e dolce; Spoon River è di nuovo l’acqua torrenziale che cade dal cielo e ci fa scappare via cantando sottovoce tra le lapidi: “E poi se la gente sa,  e la gente lo sa che sai suonare,  suonare ti tocca per tutta la vita e ti piace lasciarti ascoltare.”

David Foster Wallace's home in Bloomington

6. Bloomington. A casa degli scrittori solitari. Sul limitare di un paesino di provincia chiamato Bloomington-Normal, con dietro un campo di pannocchie dove far giocare i cani e davanti una strada piana e dritta che porta al niente, c’è la casa dove visse David Foster Wallace per i dieci anni in cui lavorò alla Illinois State University. Non è bello guardare una casa dove chi vorresti ci fosse dentro non c’è più. È bello, però, immaginarlo muoversi dentro, scrivere, attaccare i magneti al frigo, dipingere le pareti di nero, coccolare l’indomito Jeeves se tutte queste cose te le racconta chi in quella casa ci è entrato più volte e si ricorda di tutto quanto con sincera amicizia.

Ray Bradbury Park - Waukegan

7. Tempo fermo. Il saluto bucolico e nostalgico di Ray Bradbury. Il viaggio sta per finire e fa di nuovo freddo. Il lago Michigan è perso nella nebbia gelata, gli alberi piovono umidità, c’è un ponticello lì dietro che attraversa un torrente e porta su per il Dandelion Trail, il sentiero dei soffioni d’estate del villaggio dal nome indiano, Waukegan, su cui Bradbury passeggiò per tutta la sua infanzia, per tutto il tempo che pensava di avere a disposizione finché non ebbe troppa paura di crescere e allora si impegnò più che poté per fermare l’orologio del paese. L’orologio della vita. Nessuno può fermare il tempo, neanche noi. Qualcuno cerca di farlo con una lettura, una lacrima, una parola. Ma alla fine ne usciamo mesti, persino sconfitti, e ci arrendiamo a pensare che quello che si può portare indietro da un’avventura come quella che abbiamo vissuto è solo un’immagine d’insieme.

Quello che si può spedire a casa è solo una cartolina.

La cartolina che abbiamo guardato a lungo, scomposta e distesa sull’erba verde, e alla fine abbiamo rimesso insieme e ci siamo preparati a spedire. Ché tanto la buca delle lettere si sarebbe allargata da sola, avrebbe collaborato persino lei.

Adesso basta trovare francobollo e indirizzo.

Ragazzi, chi di voi ha una penna?

Ehi, ragazzi! Una penna?!

[continua…]

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Il progetto di cui si narra in questo post è Book Riders. Le fotografie sono a cura di Federico Giacomelli.

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