La letteratura d’avanguardia e la piatta campagna americana: c’è qualcosa che non sappiamo

C’era una volta, nel bel mezzo del Niente americano, un paesino chiamato Normal. Normal era sede, quasi un ventennio fa, di un centro dedicato alla letteratura contemporanea. O, meglio, alla unconventional fiction.

Un centro di narrativa non convenzionale in un posto chiamato Normal nel bel mezzo del Niente.

La storia è interessante.

La Illinois State University

La Illinois State University

Tutto ebbe inizio ufficialmente nel 1994, quando l’allora direttore del Dipartimento di Inglese della Illinois State University, Charles Harris, decise di dare vita insieme ad alcuni colleghi a un’organizzazione umbrella sotto la quale fare convergere diverse realtà e attività letterarie: insegnamento, editoria, ricerca, creative writing, critica letteraria, borse di studio e dottorati. In particolare, come mi ha raccontato lui stesso e come è scritto nei documenti ufficiali della Unit for Contemporary Literature – questo il nome dell’organizzazione -, i loro obiettivi erano 6.

Ora, prima che voi li leggiate, io vorrei che faceste un piccolo gioco di fantasia: guardate fuori dalla vostra finestra. Che viviate in campagna, in città o al mare, fate attenzione a dove si interrompe e come si interrompe la linea dell’orizzonte. C’è una chiesa, forse? O una casa? O una collina? Forse c’è un palazzo, una barca, un’industria, forse una scuola. C’è, ne sono certa, un ostacolo di civiltà che interrompe l’andare orizzontale e piano della linea in cui si toccano terra e cielo.

In Illinois, tutt’intorno a Normal, quest’ostacolo di civiltà non c’è: gli immensi campi di grano o di soia o di semplice verde che caratterizzano questo stato sono – e non esagero – infiniti. Quando c’è, lo skyline è un silos lontano; quando più spesso invece non c’è, il mare è la piattezza immobile e statica della terra, il movimento è il vento che ci corre di sopra. Per ore e ore, venendo giù da Chicago o salendo da St. Louis, intorno a voi ci sono solo orizzontalità, lontani silos d’argento, vuoti di civiltà.

Immaginateli.

A un certo punto del 1994, in una cittadina immersa in questo paesaggio, allontanata in questo modo dal resto del mondo, nasce la Unit for Contemporary Literature. I cui obiettivi, dicevo, erano questi 6:

  1. incrementare le forze già esistenti del programma di scrittura creativa e i membri della facoltà, le case editrici, gli editor e le riviste letterarie di letteratura contemporanea del Dipartimento di Inglese;
  2. servire in quanto risorsa nazionale per le organizzazioni letterarie no profit;
  3. far progredire la pubblicazione, la diffusione e la lettura della letteratura contemporanea nel mondo;
  4. rappresentare un punto focale della letteratura contemporanea nella comunità, nella regione e nella nazione;
  5. servire in quanto risorsa per le borse di studio e di ricerca in letteratura contemporanea;
  6. rappresentare una risorsa formativa nell’area della letteratura contemporanea.

Un passo indietro.

Il nome di Charles Harris, sono certa, non vi è nuovo: ho raccontato di lui nel post sul film dedicato a David Foster Wallace, The End of the Tour; ne ha parlato molto più diffusamente D.T. Max nella biografia dello stesso autore, Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi.

Cosa c’entra però DFW in tutta questa storia?

Questo.

dedica di DFW a Charlie Harris

Nel 1993, muovendo i primi passi verso quella che sarebbe diventata la Unit e quindi cercando nel panorama letterario nazionale uno scrittore che potesse rispecchiare l’idea di sperimentazione letteraria che lui aveva in mente, Charles Harris invita Wallace a partecipare al concorso per ricoprire la cattedra di scrittura creativa nel suddetto Dipartimento di Inglese. Wallace accetta, supera il concorso e diventa così, per dieci anni, il professore della Illinois State University che tanto abbiamo sentito nominare per i suoi syllabus e i suoi metodi di correzione compiti nonché lo scrittore che vive appartato in una casa vicino alla campagna infinita e qui scrive più della metà della sua opera letteraria, dalle ultime stesure di Infinite Jest alle prime del Re Pallido passando per quasi tutta la non fiction e buona parte dei racconti.

Nonostante – soprattutto dopo il 1996 – Wallace fosse diventato in qualche modo la superstar della Unit, non era stata però l’unica scelta di Harris e colleghi. Ci fu un momento, racconta Charlie, in cui in America la Unit fu considerata la fortezza dell’avant-garde literature, compresa quella tradotta (cosa abbastanza eccezionale per un paese in cui si presta pochissima attenzione a opere che non siano americane), e di certo un solo cavaliere, per quanto eroico, forse divino, non poteva certo ergersi solitario in rappresentanza di un’intera legione.

pmaf2In un articolo del “Pantagraph” del 3 ottobre 1997 si dà notizia della pubblicazione della Norton Anthology of Postmodern American Fiction: dei 58 scrittori presenti nell’antologia, ben 20 avevano avuto a che fare con la Unit. Wallace, certamente, ma anche Curtis White, Carole Maso, Ricardo Cortez Cruz, William T. Vollmann, Mark Leyner, Robert Coover e altri. Chi erano tutti questi scrittori, e in che modo avevano attraversato i vuoti di campagna infinita per approdare nella fortezza dell’avanguardia letteraria?

Curtis White era un professore della ISU come e con Wallace, per esempio. Carole Maso, prima di diventare direttrice del programma di scrittura creativa alla Brown University di Providence, aveva iniziato la sua carriera proprio qui. Ricardo Cortez Cruz si era laureato alla ISU con una tesi narrativa supervisionata da White che poi diventò parte del suo romanzo di debutto. Più forte dei casi singoli, tuttavia, la vera anormalità di Normal erano le strutture editoriali sotto l’ombrello della Unit. Erano le case editrici e le riviste nelle quali gli scrittori menzionati e moltissimi altri da tutte le parti del mondo (!) trovavano spazio per le proprie opere di avanguardia, di ricerca letteraria post-postmoderna. E spesso erano le loro opere di debutto, quelle con cui si affacciavano al mondo.

A me questa cosa fa un’impressione incredibile. Non so se anche a voi.

C’era una volta in un tranquillo paesino di provincia dimenticato da Dio il fulcro creativo – come una bollente palla di energia resistente al vento delle campagne e al sottovuoto dell’isolamento – della letteratura americana contemporanea per come noi oggi la conosciamo. E non solo per gli autori coinvolti, dicevo, ma anche per gli organi che ne permettevano la diffusione. Tra cui:

  • per prima, la Dalkey Archive Press, editore la cui missione era ed è tuttora recuperare e ristampare testi di autentico valore letterario dimenticati o lasciati indietro, compresi quelli stranieri. Accanto a questo, un intenso programma di fiction e poesia;
  • la FC2, casa editrice fondata nel 1974 dedita alla prosa sperimentale e all’innovazione di qualità;
  • l’American Book Review, l’unica rivista letteraria nazionale che recensisce libri di editori indipendenti e di minoranza;
  • la Review of Contemporary Fiction, il magazine critico di letteratura contemporanea più importante del paese;
  • la Spoon River Poetry Review, rivista di poesia di tutto il mondo in cui, per ogni numero, c’è un focus su un poeta dell’Illinois.

Quando Joshua Ferris chiese a David Foster Wallace, con innocenza e candore, perché vivesse in a Bloomington-Normal invece che a New York come tutti gli altri grandi scrittori, Wallace, con altrettanto candore, rispose: “Io amo il Midwest“. Se questo è quello che rappresenta, se questo è quello che il Midwest nasconde dietro la linea infinita dell’orizzonte, allora credo che lo amiamo tutti.

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