Tutti invitati alla stessa “Festa d’amore”

A ridosso di un’imminente vacanza che di americano avrà ben poco, porto con me una nuova certezza: insieme a È il tuo giorno, Billy Lynn! di Ben Fountain e Io sono Red Baker di Robert Ward, Festa d’amore di Charles Baxter è il romanzo più bello letto quest’anno. Il più bello per due motivi: la scoperta di un autore finora sconosciuto che è bravo davvero; la scoperta (rara) di una scrittura d’amore che non sa di zucchero e miele bensì di uva, di acre, di dolcezza e amarezza indistinguibili.

Di sudore, anche. Il gusto vero, credo io, dell’amore.

Ogni relazione ha almeno una giornata davvero buona. Non importa quanto le cose possano andare storte, c’è sempre quel giorno. Quel giorno è tuo per sempre. Si diventa vecchi e si pensa: beh, almeno ho avuto quel giorno. Pensi che tutte le variabili potrebbero semplicemente allinearsi nuovamente. Ma non lo fanno. Non sempre. Una volta ho parlato con una donna che mi ha detto: “Sì, questo è il giorno, un angelo deve essersi fatto un giro dalle nostre parti.”

BAXTER-NORMALENonostante la pastosità dei biscotti in copertina – una copertina che si è fatta guardare ovunque portassi il libro – e nonostante l’attraente vaghezza della citazione in quarta, la vera festa d’amore ha inizio soltanto quando entrambe queste cose, cover e quarta, spariscono. Spariscono là dietro, nella piega delle mani sulle pagine, la faccia oscura della lettura.

E al loro posto compaiono: per prima cosa, la metanarrazione; poi, qualche pagina dopo, senza strappi ma con sorpresa, una decina di personaggi diversi, trattati ognuno come singole voci e punti di vista, trattati ognuno come invitati d’onore da aspettare impazienti sulla soglia – appunto – di una festa. Quella festa, quell’unica adunata a cui, realizziamo nel cuore della storia, stiamo andando tutti senza forse saperlo.

Il romanzo inizia con l’insonnia, la cacciatrice oscura di tutti gli amori, la maga perversa che sfuma i contorni del sopportabile e ci trasforma in vigili e inquiete ombre. L’insonne, scopriamo dopo poco, è Charles Baxter, l’autore del libro, il vago vagabondo notturno che si spinge fuori, nell’oscurità di un paesino del Michigan bersaglio di una tempesta di meteore d’agosto, e raggiunge lo stadio, poi i giardini, poi una panchina su cui scopre seduto Bradley. Un amico che ha, a sua volta, un amico di nome Bradley: il cane.

feast

La copertina originale, meno bella – a parer mio – di quella italiana.

Sono lì, i tre, due umani e un animale, nel cuore della notte del più classico Midwest americano, mentre due adolescenti fanno l’amore sulla linea delle cinquanta iarde dello stadio e i boschi di aceri sfiorano del loro vento estivo le porte chiuse del centro commerciale ora vuoto ma sempre illuminato, a pensare a come iniziare un racconto che sia buono per la pagina. A pensare alla creazione di una storia.

Il romanzo inizia così, allora, con la parola di Charles che passa a Bradley l’umano affinché lui racconti la sua storia, e poi passa a sua moglie, poi all’amante, poi passa alla ragazza che lavora al bar e al suo fidanzato, poi alla seconda moglie, al vicino, all’amante della seconda moglie e così via, a ricominciare la preparazione della festa senza un ordine preciso, a raccontarla sempre uguale ma mai uguale per un numero impreciso di volte finché tutto è pronto, tutto è completo e la festa finisce.

Oltre all’espediente narrativo dell’alternanza dei diversi punti di vista sulla stessa storia, che è tanto semplice quando efficace, a rendere bello questo romanzo ci sono altri (non pochi) interventi autoriali:

  1. la consapevolezza registica che niente più dell’amore è soggetto alla soggettività e che dunque niente più di una sola storia d’amore può, in realtà, essere tante storie diverse. Tradotto: l’orchestrazione delle voci, la scelta di cosa mettere prima e cosa dopo, chi fare intervenire su un argomento chi su un altro, l’instaurazione di un rapporto di controllo sul lettore e sui personaggi;
  2. la trattazione narrativa di altri macro-temi oltre all’amore, che però dell’amore sono assoluti complementi: la morte, il sesso, la filosofia (Kierkegaard su tutti), la famiglia, l’identità;
  3. l’attribuzione, forse un po’ troppo stilizzata ma in ogni caso armonica, di questi temi a dei personaggi specifici, personaggi che quindi diventano “portatori” di una certa forma d’amore: c’è la giovane coppia Oscar e Chloè che è tutta sesso, scoperta e passione; la coppia più anziana Esther e Harry che vive di un amore puro e maturo ma inquinato dall’odio di un figlio ormai perduto; c’è Bradley e ci sono le sue mogli e – non è finita – i loro amanti, narratori dell’amore che è ricerca, ostinazione, indefinitezza, tiepido errore, ripetizione, imprevisto;
  4. il gioco di relazioni tra i personaggi,  dettato non solo dall’amore sensuale, ma anche dagli altri: anziano verso giovane, umano verso animale, singolo verso collettivo, vivo verso morto;
  5. l’ironia tenue della provincia, che non è né claustrofobia né caricatura – come spesso accade quando siamo nel Midwest – ma è semplicemente la redine che conduce il sentimento, quella distanza indispensabile e sobria che permette di guardare all’amore senza esserne travolti e distratti.

Ho pensato molto ad alcuni personaggi di Jonathan Franzen, durante questa lettura, e ad altri di Paul Auster. Spesso mi sono venuti in mente i suoi Follie di Brooklyn e Sunset Park, soprattutto per la regia dei rapporti intergenerazionali e il procedere dei sentimenti sulla pagina. Non so se questo accostamento può trovare conferma anche in altri lettori o se Charles Baxter sarebbe contento di avere come compagni di immaginario proprio questi due insigni colleghi, però una cosa è certa: c’è una grande fetta di letteratura americana che, dall’inizio dei suoi giorni, si occupa di storie di ordinaria passione senza follia, che indaga l’avanzare medio della vita umana riproducendone i tratti, gli eventi, i dettagli e, ovviamente, i sentimenti. È un’operazione letteraria difficilissima, se ci pensate, quella di trovare l’interessante nell’ordinario, o la poesia nel prosaico, e mantenerli tali finché l’energia narrativa non si spegne naturalmente. O finché la dolcezza del proprio gesto creativo – ed è proprio questo che, realizzo ora, accomuna i tre autori, una dolcezza primaria non esplicitata ma semplicemente partecipata – non si esaurisce.

È allora qui che, dopo la sorpresa di una festa a cui sono stata invitata un po’ per caso, inserisco questo romanzo, ricordando a chiunque voglia leggerlo che l’amore e la lettura hanno tante cose in comune, ma è sempre e solo una quella che ci frega: l’imprevedibilità, l’arrivare inaspettati e cambiare quello che fino a quel momento era dato per certo.

Dunque buona festa a tutti voi, che scegliate i biscotti, i battiti del cuore o la buona letteratura.

Charles Baxter, Festa d’amore, Mattioli 1885 2014, pp. 304. Traduzione di Nicola Manuppelli. A discapito di un generale ottimo lavoro editoriale, va segnalata la discreta presenza di refusi e, almeno nella mia copia, qualche problema di impaginazione verso la fine. Sperando che l’alta qualità del romanzo porti a ulteriori ristampe, consiglio alla casa editrice, che amo e stimo, di ingaggiare un altro correttore di bozze. Io, neanche a dirlo, mi offro volontaria.

28feast-600

Una scena del film tratto dal romanzo.

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  1. Eh, ma adesso devo leggere anche questo.

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  2. Conquistata non solo dall’analisi del libro ma anche da come l’hai scritta. Leggerti è un autentico piacere, oltre che un continuo incitamento a scoprire nuovi autori…

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    • Grazie, Alessandra! Il tuo apprezzamento è sempre tra i più lusinghieri. Sono certa che il piacere potrebbe continuare, se non aumentare, leggendo il libro. Davvero una bella scoperta!

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  3. Lo devo assolutamente leggere!

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  4. sarabarduffula

    wow! bellissima recensione.!

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