Hollywood is the new canon, ovvero: il gossip fa letteratura

Se fossimo davvero interessati a sapere se James Franco e Lindsay Lohan sono andati a letto insieme staremmo facendo del sano gossip. Staremmo congetturando, spettegolando, immaginando. E probabilmente staremmo sogghignando davanti a qualche fonte pop: un sito web, una pagina di giornale, una foto.

E invece no. No, cari amici, non in questo caso. Negli ultimi giorni ci siamo trovati a porci questa domanda – domanda che inizia e finisce con “Ma secondo te è vero?” – leggendo un vero e proprio racconto. Leggendo un’opera di cosiddetta finzione. Per statuto, forma, intenti e quell’antica cosa che si studia all’università e si chiama patto dell’autore con il lettore: io autore scrivo qualcosa che unisce (non sempre in parti uguali) immaginazione e realtà, tu lettore sospendi la tua incredulità per il tempo del racconto e mi segui, mi credi. In seguito alla pubblicazione su “Vice USA” del racconto di James Franco Bungalow 89, è successo dunque che noi lettori abbiamo smesso di fare gossip e siamo entrati nel regno della finzione letteraria. Attraversando una soglia praticamente impercettibile e mossi dalla stessa domanda riportata in apertura: ma quei due hanno fatto sesso per davvero o no?

Prima contaminazione gossip-letteratura: la ricerca della verità attraverso i mezzi della finzione.

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“Sunbathing”: quadro di Richard Philipps usato per il racconto di Franco su Vice.

Come sapete, cari lettori, il mio debito verso James Franco è consistente. La sua dedizione all’arte + la sua bella presenza + il suo rapporto social con il pubblico mi ha permesso di affermare (qui) che la letteratura e la seduzione sono due cose che è lecito fare andare insieme, che è lecito ricercare in egual misura. La tesi – anzi, il teorema – di fondo è la seguente: se sei figo, oltre che interessante, ho diritto a leggerti ancora più volentieri. Dopo aver calcato un po’ la mano su questa tesi, perché era divertente, vi piaceva e portava un po’ di leggerezza in un campo spesso dominato dal noioso e solitario intellettualismo, oggi mi trovo a fare una postilla: da martedì scorso, ragazzi, abbiamo varcato il confine.

James ha scritto un racconto che è finzione ma vuole essere anche verità e soprattutto è gossip. È una risposta ai rumors forse più finta degli stessi rumors. È una dichiarazione di realtà non richiesta e inestricabilmente incasinata perché arriva da un racconto che è finzione per definizione. Scusate il gioco di parole e il giramento di testa: James è molto bravo a confondere le idee.

Seconda contaminazione gossip-letteratura: il patto con l’autore non è molto diverso da quello con il diavolo, in discussione c’è la tua capacità di discernimento.

Anyway, non stiamo a parlare di Hollywood facendo i boriosi: Jim e LiLo hanno fatto sesso o no? Come sono andate le cose? Di cosa ci stai parlando, McMusa, visto che ancora non sei arrivata al dunque?

Di questo.

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Fase numero 1. A marzo viene ritrovato un biglietto presumibilmente scritto da Lindsay Lohan in cui la ragazza elenca le sue 36 (ultime? recenti? uniche?) relazioni sessuali con uomini più o meno famosi. C’è il belloccio Colin Farell, c’è il povero Heath Ledger prima che morisse, ci sono il piacione Justin Timberlake e il toro Benicio del Toro, c’è l’egocentrato Adam Levine e c’è – of course – quel birichino di James Franco. La lista – elemento indiscutibilmente appartenente al mondo del gossip, anche se non sapremo mai se è autenticamente reale oppure fake – fa il giro del mondo, ne parlano tutti e la fama problematica di LiLo non fa che gonfiare e automotivarsi (per approfondimenti sulla sua figura.. be’, fatevi un giro in rete).

Fase numero 2. A quei 36 nomi scritti lì nero su bianco LiLo reagisce con le lacrime: è tutto vero, scriverli faceva parte del quinto step sulla via della guarigione in rehab, qualcuno ha fotografato la lista, che cosa crudele e umiliante. A quel nome scritto lì nero su bianco James Franco reagisce, invece, spergiurando addirittura su sua madre: lui, a letto con Lindsay Lohan, non ci è mai andato. Hanno pomiciato sì, qualche strusciamento e un limone neanche particolarmente memorabile, ma niente sesso. Molto bene, il gossip continua e tiene banco.

Fase numero 3. Il 10 giugno 2014, dopo che era trascorso un giusto numero di settimane affinché il polverone del gossip si placasse, James Franco pubblica il famigerato racconto: Bungalow 89. Si entra ufficialmente nel mondo della finzione letteraria: un mondo, tuttavia, in questo caso perfettamente ancorato alla realtà. Un mondo che è l’hotel Chateau Marmont di Hollywood, proprio quello abitato dalle celebrità, dove un personaggio che parla di sé in prima persona (l’intero racconto inizia con un rumoroso “I”) e si chiama James Franco ricorda la prima volta che ha incontrato Gus Van Sant (flashback), aggiorna il lettore su un po’ di dettagli sullo show-biz hollywoodiano di molti anni prima (double flashback), racconta di quando Gucci gli ha lasciato usare il cartellone pubblicitario con la proiezione di se stesso 30 volte più grande in un film in onore di River Phoenix (flashback) e infine, intervallata da tutti questi tuffi nel passato, riporta la storia della sua notte trascorsa in compagnia di un personaggio femminile di nome Lindsay Lohan (plot).

Lindsay alloggia nello stesso hotel di James, si sente sola, cerca di entrare nella stanza dell’attore ma lui blocca la porta, dopodiché lei gli telefona implorante e lui acconsente a farla entrare solo a condizione di non fare sesso. Le dice: “Se vieni qui ti racconto una storia.”

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James Franco che posa come fosse Salinger.

Quella storia sarebbero state due storie, in realtà, e per la precisione due racconti di Salinger, autore su cui il protagonista – scrive Franco – stava al momento lavorando. Salinger piace alle ragazze, scrive anche poco rispettosamente. Dopo la casta lettura, i due trascorrono del tempo sdraiati sul letto con la testa di lei sulla spalla di lui e una serie di flussi di coscienza nell’aria, flussi di coscienza in cui lei ricorda quando voleva scopare con un tizio di nome James Franco e lui si era negato. I livelli della storia si rifrangono come nei più specchiati ascensori a specchio. Infine lei si addormenta e, con le dita ad accarezzarle i capelli, il protagonista fa una diagnosi della psiche danneggiata della povera Lindsay degna del miglior psicologo d’accademia costretto dalla crisi a curare la posta del cuore su “Chi”.

Assopitosi anche lui, ma presto desto per via di un incubo sui vampiri, Franco dà voce al supremo supremo del suo demone:

Il demone disse: “Io vivo del potere della celebrità, io sono la celebrità. Sono il potere donato alle persone come te dalla miriade di riflettori della celebrità: i tabloid, i blog, le pagine fan, il modo in cui sediamo nella mente dei fan, il modo in cui la gente ci legge attraverso i nostri ruoli nei film. E così via. È questo il tuo personaggio pubblico, in parte creato da te e dalle tue azioni, e in parte da questi riflettori che operano in sinergia e diventano me.” Era una voce che autorizzava, una voce che castigava, una voce di supremo supremo.

E poi conclude:

Le maschere sono tanto importanti quanto la realtà. Le maschere sono la nostra realtà. La realtà di tutti. La vita è una performance. Quando un attore offre una buona performance, spesso la gente commenta: “Che scelta azzeccata.” E così è la vita, la tua grande performance: hai fatto le scelte giuste?

Nell’allontanare definitivamente la ragazza dalla sua camera d’albergo, James apre la porta della finzione e, una volta uscita lei, fa entrare l’intera macchina del successo, l’intera metafora hollywoodiana che al posto della realtà mette se stessa e al posto del personaggio costruisce celebrità già munite – come fossero bambole o, appunto, maschere – di red carpet su cui posare. Per l’occasione c’è chi sceglie un abito Armani, chi un cammeo, chi una Elisabetta Canalis di scorta, chi una fuck list, chi un racconto.

Ed è quest’ultimo, ovviamente, a dare vita alla terza contaminazione gossip-letteratura: ogni storia è una storia dell’io. O – meglio in questo caso – in assenza di storie migliori, ogni mio io è la migliore delle storie.

Pensate davvero che sia io?

james-franco-cover-bullett-2013Io. Ego. EGO. Self. Un cartellone di se stesso che profuma Gucci fuori dalla finestra. Una foto di se stesso dentro un suo racconto. Il protagonista con il suo nome, il suo nome per un protagonista. La gigantografia che equivale alla mitografia che equivale alla realtà che però è tutta costruzione post-gossip.

Una maschera per una fare una performance.

Un selfie per fare introspezione.

Inaspettatamente e neanche 24 ore dopo la pubblicazione del racconto, a ridimensionare l’ego di James Franco ci pensa proprio Lindsay Lohan.

Fase numero 4. TO BE CONTINUED > qui.

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