Gli Americani li scopre John Jeremiah Sullivan

Da poco tempo ho scoperto che esiste un genere letterario fatto apposta per me. Non è finzione ma è comunque racconto. Non è un saggio ma ha comunque carattere giornalistico, descrittivo o – persino – divulgativo. Nonostante l’abbia scoperto di recente, prima di parlarne devo confessare a tutti voi, miei amati venticinque lettori, che io non sono mai stata una campionessa di tempismo, anzi. Ho scoperto che Wikipedia faceva i PDF solo due anni fa, fino agli ultimi tempi dell’università pensavo che ai mercati rionali ci andassero solo i contadini veri con i prodotti veri del loro orticello vero, True Detective l’ho iniziato qualche giorno fa e Game of Thrones non ancora. Babbo Natale lo so che non esiste ma non scherziamoci su, per favore.

Il genere di cui vi parlo – tornando a noi e sperando che vogliate perdonare il mio prendermela comoda – è la non-fiction, più nello specifico il reportage narrativo. Non è tanto il genere letterario fatto per me in qualità di lettrice, ma piuttosto quello a cui aspiro quando credo di avere delle cartucce da sparare in veste di scrittrice: è il genere letterario in cui mi piacerebbe pubblicare la mia prima opera, e non è detto – visto il mio tempismo straordinario – che entro qualche anno non ci riesca davvero. Magari in PDF quando i PDF non esisteranno più.

Il reportage narrativo conta alcune caratteristiche formali più o meno solide (quelle citate brevemente in apertura) e una varietà di approcci stilistici diversi, molti dei quali si rifanno al gonzo-journalism, al giornalismo culturale o a quello magico, ai reportage di David Foster Wallace in crociera o alla fiera del west, alle storie di Hunter Thompson, al new journalism di Tom Wolfe, al Megafono spento di George Saunders e, tanto per scendere un attimo dall’olimpo dei grandi ed essere chiari, a tutte quelle pagine culturali dei giornali americani che scelgono uno scrittore noto o un bravo redattore, lo spediscono da qualche parte del paese ad assistere a un evento o a incontrare qualche personaggio famoso, e poi pubblicano quello che lui ha da raccontare. Molto più spesso tuttavia – come succede in tutto il mondo giornalistico e non solo in quello americano – è l’autore ad autoproporsi ai magazine sperando che la sua idea bizzarra incontri (spesso via mail) l’occhio lungimirante del caporedattore, proprio quel caporedattore che pare sappia fare agilmente la gincana lungo la linea tutta curve e zigzag che separa la colossale stronzata dall’idea geniale.

pulpheadCosì è andata, ad esempio, per John Jeremiah Sullivan, giornalista proveniente dall’Indiana e autore di una serie di pezzi per “GQ”, il “New Yorker”, “The Paris Review”, “Harper’s Magazine” e molti altri. Qualche mese fa è stata pubblicata in Italia per Sellerio la sua raccolta Americani, già apparsa negli Stati Uniti con il titolo Pulphead e con la bella copertina qui a fianco. La raccolta riunisce tra le sue pagine dodici scritti sulla società americana, su alcuni dei suoi idoli e dei suoi prodotti culturali più pop, sulla vita del college o dei reality show, sull’immancabile Disneyland e – cosa non poco importante – diversi episodi della vita privata dell’autore. Episodi personali che, una volta messi in dialogo con gli altri della raccolta, diventano inevitabilmente sociali.

Per aiutarvi a capire di cosa sto parlando, tenterò qui un esercizio difficile. Due righe (anche meno) per ogni reportage di Sullivan:

  • Su questo rock: John partecipa a un festival oceanico di rock cristiano, scoprendone personaggi, vizi e forme aggregative tanto fanatiche quanto emozionanti.
  • Piedi in fumo: il fratello di John entra in coma in seguito a una scossa trasmessa dal microfono dal quale si accingeva a cantare e John racconta le conseguenze dell’incidente sulla mente del ragazzo, gli equilibri di vita, la famiglia.
  • Mr. Lytle: un vecchio professore che fa da mentore e il suo protetto in un gioco di ruoli che ha luogo a casa del primo mentre il secondo si deve guadagnare il college.
  • In un rifugio (dopo Katrina): le conseguenze dell’uragano abbattutosi in Louisiana, soprattutto riguardo le code per la benzina. No kidding.
  • Il mondo reale: cronache dentro e fuori “The Real World”, il primissimo reality show di MTV e del mondo e le sue celebrities tra resort, serate e drink annacquati.
  • Michael: un ritratto di Michael Jackson re del pop.
  • L’ultima volta di Axl Rose: un ritratto del leader del Guns’n Roses prima e dopo il suo definitivo tracollo.
  • La-hwi-ne-ski. La carriera di un naturalista eccentrico: un ritratto di un personaggio del passato sconosciuto e dal mestiere bizzarro.
  • L’ultimo dei Wailers: John va in Jamaica a trovare l’ultimo componente della band di Bob Marley.
  • La violenza degli innocenti: un’indagine sugli studi esistenti sulla fine del mondo umano causato dalla rivolta degli animali.
  • Casa Peyton: di quella volta che la casa di John e famiglia venne usata per girare una stagione di un teen-drama di successo.
  • Epilogo. Hey, Mickey! In gita con la famiglia a Disney World, Orlando, Florida. Quello autentico.

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Sulle qualità narrative e giornalistiche di Sullivan si sono già espressi in tanti: solo per restare in Italia, c’è chi l’ha criticato ferocemente (Christian Raimo qui), c’è chi l’ha elogiato entusiasticamente (Cesare Alemanni qui). La mia posizione tra questi due estremi non sta nel mezzo: pende, al contrario, verso la seconda, già solo per il fatto che il titolo del pezzo di Raimo, John Jeremiah Sullivan è il nuovo David Foster Wallace?, svela un vizio di forma irritante: il paragone. NO, DFW è morto senza eredi, ok?, per favore basta usare il suo nome ogni volta che non sapete che diavolo scrivere in un titolo o in una recensione. Questa cosa che i morti devono avere dei cloni-sorpresa che sbucano fuori così, out of the blue, io proprio non la capisco. Se nostro malgrado è morto il rock’n’roll, temo davvero che sia morto definitivamente anche DFW.

La mia posizione, dicevo, ha molto più a che fare con un discorso di genere che con un giudizio ragionato sull’autore. Questo, semmai, si fa largo da sé subito dopo. Il merito di questo libro, a parer mio, è l’aver messo insieme diversi aspetti della scoperta. Una scoperta realizzata dal passaggio obbligato di un uomo dentro la realtà, un uomo che per ognuno di quegli aspetti non ha ricoperto lo stesso ruolo, ma – al contrario – si è adattato di volta in volta ad approcci differenti: quello d’indagine o scientifico; quello ironico di chi con certe cose non intende mischiarsi; quello di chi invece con altre cose si mischia volentieri ed è anche gasato; quello di chi va a trovare Topolino e per reggere il colpo si fa di canne tutto il tempo; quello prettamente storico o descrittivo; quello narciso; quello sprovveduto. Non tutti i reportage sono interamente godibili, alcuni sono molto lunghi e piani, altri sembrano mancare di verve. Quelli che funzionano meglio sono i racconti che fanno ironica luce su quelle manie sociali che diventano identificabili perché hanno dei corrispettivi concreti, a volte personali, altre popolari (per non dire universali), nella realtà: in questo senso, i ritratti di Michael Jackson e Axl Rose (soprattutto il secondo) sono perfetti, e lo è anche quello del fratello di John o quello del professore del college, entrambi del tutto inebetiti da traumi e condizioni di vita su cui diventa lecito, finalmente, ridere e lasciarsi andare alle reazioni più naturali.

Senza fare della partecipazione un invito obbligatorio all’empatia. Senza fare dell’etica una bandiera a cui indirizzare a senso unico ogni impulso delle viscere.

Questo di Sullivan mi è piaciuto: il fatto che mi ha ricordato che la simpatia, l’idiosincrasia, l’affezione, la critica, la ricerca sono tutti campi che comprendono la moderazione, l’assenza di iperboli schizofreniche, il racconto per il piacere di raccontare. Sono campi, questi praticati da Sullivan, che prediligono la presenza del passaggio piuttosto che l’originalità a tutti i costi del passante. Si può essere interessanti anche se non si è complicati, ubriachi, snob, fuori dal comune. Puoi – tu, lettore – accorgerti di aver scoperto davvero il profilo medio di un paese senza che nessuno ti facesse notare con qualche artificio che lo stavi facendo. Semplicemente, seguendo le orme di uno che va avanti in avanscoperta. E si guarda intorno.

Buona lettura.

foto

La Diavolessa di Axl Rose.

John Jeremiah Sullivan, Americani, Sellerio 2014, pp. 324. Traduzione (molto piacevole) di Francesco Pacifico.

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  1. Wikipedia e i PDF? Questa mi giunge nuova, eppure io pensavo di essere una “al passo”!
    Il reportage narrativo piace un sacco anche a me.
    Mi segno il titolo, leggo quelli pro, leggo quelli contro, e poi vediamo.
    Un abbraccio McM!

    Liked by 1 persona

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