Pacific Northwest #3 – Raymond Carver

Con un po’ di ritardo riprendono le Lezioni Americane, la rubrica in cui si raccontano le tappe del mio viaggio/corso di Letteratura Americana e insieme si scopre come, perché e soprattutto con chi andare per le sue strade. Tenendo sempre bene a mente una cosa: il corso è un esperimento narrativo a motore acceso, dove si guarda alla strada come luogo ideale per incontrare scrittori, musicisti, registi, politici, artisti ed editori, dar loro la parola e farci raccontare il paese in cui vivono, lo stato – in particolare – attraverso il quale passa il loro cammino.

In questi mesi giriamo il PACIFIC NORTHWEST e la terza tappa del viaggio ci porta nelle periferie e nella natura dello stato di Washington, lo spazio concreto di quell’America media a cui Raymond Carver dedicò la maggior parte dei suoi racconti e che si può esplorare seguendo l’evocazione di tre semplici parole:

ROULOTTE, FIUMI E DISTANZE

Il 9 agosto 1998, il giornalista D.T. Max, oggi (ancora più) famoso per aver scritto la prima biografia ufficiale di David Foster Wallace, svelò in una lunga inchiesta pubblicata sul New York Times il segreto della scrittura di Raymond Carver: le spietate forbici redazionali del suo editor Gordon Lish. Da quel giorno in avanti, nonostante intorno alla figura di Carver e alla bellezza dei suoi racconti siano nati miti, scuole di scrittura creativa e patti lateranensi fra editori, sullo scrittore americano, originario di una cittadina non molto significativa dell’Oregon, grava un fantasma fastidioso e – apparentemente – restio a voler andare via. Quello, appunto, del dubbio di autenticità. Che torna come un ticchettio di catene appena si inizia a parlare delle sue opere.

Vuoi star zitto, per favore?

Raymond-Carver-001

Una delle fotografie di Bob Adelman, contenute nel libro Carver Country.

Se realisticamente si circoscrive il problema alla raccolta Principianti, tuttavia, edita in Italia da Einaudi il 17 marzo 2009 (so la data esatta perché iniziavo proprio quel giorno uno stage nella casa editrice torinese e conservo da allora la fascetta del Supercorallo di benvenuto che recitava “Carver inedito. Prima edizione mondiale”), questo problema può essere superato con leggerezza e anche un po’ di sana distanza: è tutto spiegato lì, nella nota del traduttore Riccardo Duranti e nelle lettere scelte tra Ray e Gordon, che fanno da cornice ai racconti pubblicati senza tagli. Una faccenda privata che poi è diventata pubblica e poi ancora tendenziosa. E che a un certo punto è bene mettere a tacere.

foto (1)

Di cosa scriveva Carver quando scriveva Carver, dunque?

Scriveva della “sorda corposità della vita pratica americana”, quella che se sei in macchina e stai girando il Pacific Northwest vedi nelle roulotte un po’ bianche un po’ grigie che si addensano in periferia vicino ai laghi, vedi nei cessi lasciati fuori dalle case a mettere in mostra la vergogna della povertà, vedi in una canna da pesca appoggiata alla parete in attesa degli amici e delle casse di birra, vedi in un diner in cui si servono caffè bruciato e calze smagliate, vedi nel non detto di uomini e donne che stanno per fare qualche cosa ma che non arrivano mai a farla per davvero. La vedi, infine, in tutte quelle cittadine semi-industriali che abitano il cuore dello stato di Washington, dove proletario e suburbano sono aggettivi che non stanno sulla bocca di nessuno per il semplice fatto che definisco la norma e l’economia si basa sul trattamento del legname, la produzione frutticola, la logorante quotidianità: cittadine in cui a distrarti dalla tua vita prosaica non ci sono né lo splendore e la nevrosi della grande metropoli, né la purezza e la noia della campagna. Le cittadine che sono, in una parola, anonime.

Se, come dice Paolo Cognetti, l’importanza dei racconti di Carver sta nei gesti dei suoi personaggi e, ancor più, in quel non detto che dà mistero alla loro personalità; se, ancora, come dice Marco Cassini, i piani della vita e della scrittura in Carver spesso si sovrappongono nel segno della massima onestà e della totale assenza di trucchi; se, infine, tutto il sacro mistero della vita si frantuma – silenzioso – nell’inspiegabilità del perché tutti i suoi personaggi entrano in scena già schiavi dell’alcol e dell’inevitabilità del loro sorseggiare, ecco, se tutto questo è vero allora il mondo di Raymond Carver, un po’ autobiografico, molto personale, ovunque terribilmente amato, contiene in sé una poesia involontaria che supera le semplici intenzioni dell’autore e si unisce, invece, a quelle della vita e del luogo, del tempo, del modo in cui lui la trascorse.

Ecco perché, a fare da guida all’opera narrativa di Carver, oltre a un doveroso – a parer mio – excursus biografico, a lezione c’erano tre testi:

  1. Carver Country, che è quello che spiega il legame tra scrittura, spazio e uomo, e che è quello di cui ho già parlato qui;
  2. Con tutta quell’acqua a due passi da casa, che è quello in cui Carver porta la morte nel suo elemento preferito, l’acqua, e la usa per mettere in scena la grettezza di chi abita le sponde di un fiume a lui molto famigliare, il Naches;
  3. America oggi, che è il film che Robert Altman girò perché ispirato dai racconti di Carver e dall’idea condivisa che, in fondo, nella vita ci si muove all’insegna di un’incolmabile incomprensione.

Andare a trovare Raymond Carver a casa sua, negli spazi umidi, poveri e viziati, calmi, ondeggianti e boscosi della sua scrittura ha voluto dire, allora, questo: dare una forma a tale incomprensione; dare una forma all’involontaria poesia e scoprire così, forse inconsapevole davanti agli occhi, il lavoro da scultore, creatore, intagliatore che Carver (carver, che in inglese cosa vuol dire se non questo?) ha fatto sulla sua realtà; dare infine una forma agli stati d’animo che ci si immagina leggendo le sue parole e dimenticando là sul tavolo in cucina le forbici, il sensazionale, il teorico.

Mi prenderò tutto il tempo che voglio oggi pomeriggio

prima di lasciare questo posto accanto al fiume.

Mi piace amare i fiumi.

Amarli a monte fino

alla sorgente.

Amare tutto quello che mi fa crescere.

14-pg2-briasco

—–

Nella quarta tappa del viaggio i paesaggi rimangono molto simili, ma alla precisione di Raymond Carver si sostituisce la dolcezza di un autore unico e purtroppo troppo poco conosciuto, Richard Brautigan. Alla cui originalità d’animo e di parole fa – purtroppo – da perfetto complemento la storia interpretata dal grandissimo Jack Nicholson in Qualcuno volò sul nido del cuculo.

Ci sono viaggi che si fanno da soli, e poi ci sono tutti gli altri.

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Cenni sulle precedenti lezioni si trovano qui.

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  1. Sono veramente interessanti le tue lezioni, ti leggo con una certa avidità 😉

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  2. Stavrogin

    Dall’articolo di Marco Cassini, linkato sul tuo post:

    “ In definitiva si tratta di una persona che, avendo conosciuto nella vita e nel lavoro l’insuccesso e il fallimento, ed essendo stato più volte sul punto di dover abbandonare e la vita e la scrittura, esprime incessantemente gratitudine – come dice nella famosa, struggente poesia «Ultimo frammento» – alla sorte e a se stesso per avergli (per essersi) concesso un’altra possibilità: perché, pur non facendosi romantiche illusioni circa la capacità della letteratura di cambiare il mondo, Carver ammette che essa può farci «capire cosa ci vuole per essere davvero umani, per essere qualcosa di più grande di quello che in effetti siamo, qualcosa di meglio». “

    Un periodo di 80 parole in un linguaggio pomposo, turgido, opaco – l’antitesi della prosa di Calder, efficiente, precisa, luminosa. Ma Cassini Calder l’ha veramente letto?

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