The Gambler | Il mio racconto di Natale

Questo è un augurio di buon Natale, perché il Natale ognuno lo possa onorare come crede.

The_Gambler_by_t_bone_tory

Il pomeriggio del 25 dicembre 1987 rimaniamo sedute al tavolo da pranzo io e mia nonna.

Mio padre a dormire, mia madre a dormire, il gatto di là.

Niente fratelli e sorelle, questo è un Natale losco.

“Prendi le carte. Non mi va di stare qui a guardarti far niente.” La sigaretta finisce nei suoi polmoni come la melanzana nella padella dell’olio: spreme via colore forma sostanza, diventa del tutto sottile, perfettamente cotta e irrimediabilmente unta.

“Io no so giocare a carte, nonna. Ho sette anni.”

“Da oggi ne avrai di più.”

Cenere intermittente sulla tovaglia rossa, è la sporcizia laterale alle briciole dell’ultimo pranzo. È la sporcizia necessaria al compito tutt’altro che facile dell’ultimo Natale della nonna: trasformare la sua amata nipotina in The Gambler, la moretta che gioca d’azzardo nei giorni di festa.

Fuori non nevica.

Dentro c’è il rosso del tavolo, il fumo, la nera coda del gatto quanto torna in sala da pranzo, e una canzone. It Makes No Difference. Piace ai miei genitori tanto che se la sono dimenticata, all’infinito, sul giradischi. La canta un ragazzo che invece piace a me.

Vent’anni dopo è di nuovo il pomeriggio di Natale, sono tornata a casa dei miei e accanto a me, seduto in impacciato contegno al tavolo della festa, c’è Jack.

“Ehi, moretta, buon Natale!”

“Buon Natale a te.. ti chiami?”

“Jack. Jack come tutti quelli nelle tue mani.”

Aveva una gran bella voce, rude.

“Ma dai.” Toccava a me fare carte, era il mio terzo giro vincente del poker di Natale a casa Johnson. Una casa losca di una losca periferia americana. Jack si unì al gioco.

“Tu?”

Distribuivo le carte e lo facevo attendere.

“Ok, non dirmelo.”

Un giro di carte, un altro, un altro ancora.

Attendeva ancora, Jack.

Io vincevo.

“Sono italiana, il mio nome non ti importa. Chiamami The Gambler, sono certa che te lo ricorderai.”

Sorrise il sorriso dei romantici.

Quando vinsi il giusto, raccolsi i soldi dal tavolo, mi alzai, lo guardai e, come se avessi distrattamente lasciato una carta sul tavolo, gli allungai un bigliettino e gli dissi:

Like the gambler says, read’em and weep.”

Come dice il giocatore d’azzardo, guarda e piangi. Era la frase più bella di quella canzone di tanti anni fa. La frase del mio battesimo alla vita dei grandi, la frase che la nonna e io scegliemmo per dare un nome alla mia nuova e segreta identità, quando si chiudevano i misteri della vita di una e si schiudevano quelli dell’altra.

A casa Johnson, però, quella frase era solo l’invito alla porta della mia stanza d’albergo.

Una porta che si aprì una volta e fu per sempre.

 

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  1. Bellissimo racconto! Per quanto sia riuscita a leggerlo in ritardo…ma sono ancora in tempo per farti gli auguri di un 2014 splendente.
    Auguri!

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  2. milly

    lo leggo solo ora… la nonna è quella che conosco anche io?

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