Martha e Jonathan. C’eravamo tanto amati

Ogni tanto, qua e là sui social network e davanti a bicchieri di vino mezzi vuoti, io dico cose non tanto carine sul conto di Jonathan Franzen. Non sopporto il suo complicato rapporto con i media, non amo il suo atteggiamento paternalista, e il fatto che per anni abbia tenuto la tv chiusa in un armadio e poi abbia schiaffato la notizia in un saggio pretenzioso e noioso mi manda su tutte le furie. Detto questo, succede che nei momenti di mia maggiore emotività lui sia la prima persona che abita il mondo di fantasia che farei calare qui nella mia realtà, in carne e ossa, per farmi raccontare una storia.

Adesso è uno di quei momenti.

Per svariate circostanze – alcune note altre ignote – in queste ore faccio fatica a tenermi in equilibrio sull’orlo del pianto e, nel retrobottega di una consolidata serenità di fondo, c’è una punta di ansia, una punta di malinconia, paura, disorientamento, stanchezza ed emozione generica che mi prega insistentemente di trovarla, scovarla, identificarla e chiuderla poi da qualche parte per scomporla e studiarla. Però io non so neanche da che parte cominciare per trovarla, da che parte girarmi per iniziare a cercarla.

Posso solo abbandonarmi, io.

Jonathan Franzen, invece, sa come fare, lui conosce il segreto. Lui è la precisa traduzione di quella punta emotiva, la punta della sensibilità nostra e della nostra fragilità, che compare all’improvviso e ci dà la misura della nostra sostanza. Ci dà l’idea dell’umano.

La punta insolente nel retrobottega della mia serenità è la punta della sua penna.

Siccome tra le cause note che danno forma a questa mia macchia di umana sostanza c’è una fortissima nostalgia per gli Stati Uniti e per Marta negli Stati Uniti, oggi scelgo di scrivere una cosa che su questo blog non era ancora mai comparsa e non so se mai ricomparirà in futuro: una lunga citazione, un estratto. Non credo che io e Jonathan Franzen avremo mai modo di incontrarci, o perlomeno spero per lui non proprio durante uno dei miei momenti emotivi: è per questa ragione che allora adesso ci incontriamo qui, in un brano comparso su Internazionale del 20 agosto 2009 intitolato C’eravamo tanto amati e tratto dall’antologia americana State by State: a panoramic portrait of America. Una dichiarazione d’amore alla città di New York, ho scelto questo brano perché fosse letto durante la presentazione di una mostra fotografica e oggi lo scelgo di nuovo per fare un po’ pace con lui, e con me.

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Per stare in mezzo agli artisti, mia zia e mio zio ogni tanto facevano delle scappate a Westport. L’estate che ho compiuto 17 anni , con i miei, siamo andati a trovarli laggiù. La prima cosa che è successa è che mi sono preso una cotta bestiale per mia cugina Martha. Aveva 18 anni, era alta, simpatica, vivace e ci vedeva male, e siccome eravamo cugini io mi sentivo quasi a mio agio a parlarci. Chissà come, fu deciso – con l’autorizzazione dei miei – che Martha e io, da soli, ce ne andassimo in gita a Manhattan per una giornata. Era l’agosto del 1976. Caldo, fetido, pieno di pollini, di scoppi di tuono, di erbacce. Martha faceva da autista e baby sitter a tre ragazzine di Westport, le figlie di un manager che era andato in Sudamerica per due mesi con la moglie e l’amante.

Le ragazzine avevano 16, 14 e 11 anni, erano tutte incredibilmente magre e ossessionate dalla paura di ingrassare. Quella di mezzo suonava il flauto e siccome era precoce e voleva conoscere i ragazzi più grandi rompeva sempre le scatole a Martha per farsi portare alle feste dei liceali. Martha le portava in giro con un’enorme limousine nera. All’inizio di agosto ne aveva già scassata una, così aveva dovuto telefonare all’ufficio del manager per chiedere che gliene trovassero un’altra.

Mi ricordo che imboccammo la corsia di sorpasso della Merritt Parkway alla massima velocità con tutti i finestrini aperti e l’auto si riempì di quell’aria calda come un forno, e le tre principessine se ne stavano stravaccate sul sedile posteriore. Le due più grandi erano talmente carine, e talmente vicino a me per età, che quasi non riuscivo ad aprire bocca con loro. Ma tanto non mostravano il minimo interesse per me.

Arrivammo all’Upper East Side, dalle parti del museo, dove la nonna delle ragazze aveva un appartamento. La cosa che mi fece più impressione fu che la bambina di mezzo era venuta in gita per un’intera giornata senza le scarpe. Me la ricordo che camminava scalza per la Quinta Strada, con un caldo pazzesco. Portava una maglietta senza maniche e dei pantaloncini cortissimi e in mano aveva il suo flauto. Non avevo mai visto qualcuno così consapevole e assertivo, anzi non avevo mai immaginato che si potesse essere così. Era uno spettacolo del tutto al di fuori della mia portata e al tempo stesso assolutamente inebriante. I miei genitori erano due esempi perfetti di abitanti del Midwest e campavano scusandosi ogni momento: l’esatto contrario dell’assertività.

E poi ricordo il cielo grigio-blu caliginoso, con quei nuvoloni bianchi che viaggiavano sopra Central Park. E i palazzi alti, di pietra, con i portieri, e la Quinta Strada come un’unica colonna ininterrotta di taxi gialli di cui non si vedeva neanche l’inizio, confuso con quella cappa di smog color giallo bromo scuro. Una sensazione di città sterminata. Ed essere lì insieme a Martha, la mia irresistibile cugina newyorchese, e passare un pomeriggio a zonzo per le strade insieme a lei, e poi cenare come due adulti e andare a un concerto gratis a Central Park: la persona che ho sentito di essere quel giorno era una persona che riconoscevo soltanto perché era un pezzo che volevo esserla. Ho conosciuto in me stesso, nella mia prima giornata a New York, la persona che desideravo diventare. Andammo a prendere le ragazze dalla nonna attorno alle undici. Ma quando andammo a riprendere la limousine che avevamo lasciato nel garage del museo ci accorgemmo che aveva la gomma posteriore destra a terra. Una pozzanghera di gomma nera. Allora Martha e io ci mettemmo a trafficare spalla a spalla, sudando, come marito e moglie, per tirare su la macchina con il cric e cambiare la ruota, mentre la ragazzina di mezzo stava seduta a gambe incrociate sul cofano dell’auto di chissà chi, le piante dei piedi tutte nere della città, e suonava il flauto. E poi, dopo mezzanotte, prendemmo la via del ritorno. Le ragazze si erano addormentate sul sedile posteriore, come se fossero le figlie che avevo avuto da Martha, e i finestrini abbassati e l’aria ancora afosa, ma più fresca e odorosa del Long Island Sound, e le strade deserte e piene di buche, e i lampioni di un misterioso color arancione sodio, tutti diversi dai lampioni bluastri a vapori di mercurio che erano ancora comuni a St. Louis. A un certo punto passammo sopra il Whitestone Bridge. E fu allora che ebbi la visione decisiva. Fu allora che m’innamorai di New York in modo irrecuperabile: quando a notte alta vivi Co-Op City.

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Co-Op City, palazzoni della periferia del Bronx.

| Io ho conservato il numero di Internazionale negli anni. Se qualcuno non l’ha fatto e vuole leggere il resto del racconto, lo trova in una raccolta Einaudi (2012, traduzione di Silvia Pareschi) dal titolo Più lontano ancora, in cui, oltre a questo brano, ci sono reportage, racconti autobiografici, discorsi, critiche e saggi. Alcuni più umani, altri meno. |

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  1. Il primo contatto con Franzen l’ho avuto in uno degli ultimi numeri di Internazionale, mentre lanciava una bella tirata con tanto di Grande Odiatore Teutonico contro i social network. Anche condivisibile, certo, ma sono contento di scoprire che sia anche un po’ umano. Tu poi sei bravissima però smetto di dirlo perché sennò poi si crea dell’imbarazzo che poi mi si appiccica addosso ma vabbè intanto tel’ho detto perché dovevo dirlo e perché poi pure faccio delle figure barbine. Ecco. Ciao.

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  2. Sì, riscopri Franzen lasciando perdere l’articolo di Internazionale; però prima di Libertà (che è un punto di arrivo) dovresti leggerti Le correzioni, che sono l’essenza del punto di partenza. 🙂

    E brava brava McMusa, sei proprio bravissima, a volte mi imbarazzo pure io. Ciao.

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  3. Ti devo dire grazie per avermi fatto leggere questo estratto. Bellissimo. Mi viene voglia di leggerlo in pubblico.

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    • Prego, figurati! L’intera dichiarazione d’amore a New York è bella. Leggila, se hai modo. In pubblico o da solo. O casa tua o in viaggio verso il posto che più di tutti hai nel cuore. A presto!

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  4. sarabarduffula

    molto bello. io amo franzen, mi ha folgorata con le correzioni e sono caduta hai suoi piedi con libert.
    per me l’america rimane un sogno, almeno per ora. per fortuna che ci sono tanti libri e tanti bravi scrittori e appassionati come te

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