LA e NYC, nuove città d’Italia

Il 2013 negli Stati Uniti è l’anno della cultura italiana. Nelle grandi città, ma chissà forse anche in qualche centro urbano minore, la letteratura, l’arte, l’architettura, la storia – in una parola, la nostra grande tradizione creativa viene celebrata con scambi, eventi, happening e tutte quelle cose lì che fanno un po’ figo un po’ politicamente necessario. Se da un lato alcune iniziative sono di natura vagamente posticcia o almeno interrogativa, dall’altro ce n’è un certo numero per cui essere veramente contenti. E di certo un primo grande grazie va a questo 2013 italo-americano perché riempie l’agenda degli impiegati degli Istituti Italiani di Cultura in suolo statunitense, altrimenti minacciati di cupi, gelidi e amari tagli (questa è una citazione rovesciata).

In attesa di andare a Milano con il mio amico blogger Holden e la sua compagnia a mettere il naso nell’autunno americano, e quindi capire che genere di risposta l’Italia stia dando alla considerazione che proviene da oltreoceano, oggi io celebro un pezzo del calendario from the US con alcuni assaggi triangolari: Los Angeles celebra Calvino, Calvino viveva a Torino, Torino va a New York.

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Dal 19 ottobre all’8 novembre la Union Station di Los Angeles diventa il teatro di Invisible Cities, un’opera per cuffie wi-fi ispirata dal e al capolavoro di Italo Calvino, Le città invisibili, appunto. Mentre un’orchestra lontana suona le musiche composte per l’occasione da un artista di talento di nome Christopher Cerrone, ad ascoltarla saranno solo alcuni degli infiniti avventori della principale stazione ferroviaria losangelina, muniti – previo acquisto dei biglietti – di tecnologiche cuffie in connessione wi-fi. Mentre tutto fuori sarà silenzioso, quindi, nelle loro orecchie, nella loro testa e davanti ai loro occhi, l’illusione delle scenografie urbane e umane descritte da Calvino a parole nel suo libro si trasformeranno in note, atmosfere, giochi di presenza/assenza e – non ultimo – passi di danza ideati da The Industry e LA Dance Project. Due delle più giovani realtà dell’avanguardia mediatica e artistica di Los Angeles (e pregherei chiunque legga questo post di guardare anche solo le homepage dei loro siti, giusto per sentir nascere un’idea, seppur vaga e istintiva, di come potrebbe essere definita oggi la parola “avanguardia” in California), qualche tempo fa si sono unite per creare una produzione unica nel suo genere (quale genere, tra l’altro?) e lanciarla su Kickstarter, alla ricerca di finanziamenti dalla folla pubblica. Ci sono riusciti, l’hanno preparata e il 19 ottobre 2013 la presentano al pubblico.

Kublai Khan asks Marco Polo: do the cities of my empire exist, or are they figments of my imagination? Does any city truly exist, or are they the contruct of our desires and expectations? The Industry’s second production promises to be an unforgettable site-specific exploration of Calvino’s masterpiece, set by rising-star composer Christopher Cerrone.

MG_32651E il site scelto per mettere in scena quest’opera invisibile è la stazione ferroviaria di una delle città più movimentate del mondo, il fulcro della sua vita urbana se è vero che qui tutto arriva e da qui tutto parte, nonché il non luogo per eccellenza per via del suo carattere forzatamente transitorio, effimero, mosso. Ad aggiungere fascino a un evento a cui andrei subito se solo avessi la follia economica necessaria, la Union Station di Los Angeles è stupenda: un’ampissima e luminosa sala con decine di sedili in pelle per attendere tranquilli, marmo ovunque, terracotta per terra, edicole e lampadari elegantemente postindustriali (e questo non è un ossimoro), uno spazio quasi regale di fronte al chiosco delle informazioni, riempito di antichi seggi e illuminato da enormi vetrate. Quelle che faranno luce sull’invisibile urbano di Calvino e daranno al suo capolavoro una nuova, inedita, forma.

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Una scena dell’opera Invisible Cities.

Sull’altra costa della nazione, in quella famelica New York che tanto ammalia quanto impaurisce, un sipario di tenerezza si apre su Torino. Con un’iniziativa di nome Torino Ideas New York – Autumn 2013, ovvero alcuni momenti di creatività sabauda nella Grande Mela.

Questi:

  • 25 ottobre 2013 – 2 febbraio 2014: esposizione dei disegni di Leonardo da Vinci, normalmente conservati alla Biblioteca Reale di Torino, alla Morgan Library di New York;
  • 30 ottobre: symposium “Gran Torino – The City of Contemporary Art” organizzato da alcune realtà torinesi legate all’arte contemporanea, tra cui la GAM – Galleria d’Arte Moderna, all’interno del progetto /Torino/New York;
  • 28 ottobre – 3 novembre: quattro volte all’ora uno dei billboard di Times Square proietta il video “30 sec of Turin – City of Art” di cui non è necessario spiegare il contenuto, già perfettamente contenuto nel titolo;
  • 31 ottobre – 30 novembre: la Birreria di Eataly – sede newyorchese – ospita la mostra di Matteo Pericoli “The Cities Out My Window”, in cui Torino e New York vengono ritratte dall’artista come apparizioni da finestre famose o da finestre di gente comune;
  • 31 ottobre – 1 novembre: al MoMA, in occasione del MoMa International Festival of Film Preservation, viene celebrato Francesco Rosi, maestro del cinema italiano, attraverso la proiezione di tre delle sue opere e la presentazione del Direttore del Museo nazionale del Cinema, Alberto Barbera.
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Una delle finestre di Matteo Pericoli.

Di certo meno avanguardistico di Los Angeles, l’approccio di New York alla nostra cultura è impregnato di quella torinesità elegante e di qualità che però si fa fatica a non percepire anche un po’ stantia. L’autunno a Torino è famoso per Artissima, Paratissima e The Others, una settimana d’arte a più non posso, che riesce a rendere caldo anche il più rigido e piovoso dei “nostri” novembre. Che riesce a dare un’idea di direzione, di nuovo, talvolta anche di rischioso. Mi chiedo cosa nealtri-accessori-cover-iphone4-4s-e-iphone5-la-gioc-3478997-boteroiphone-6d3fc_570x0 sarebbe stata della celebrazione della cultura italiana in America se a New York fosse stato mandato un giovane torinese al di sotto dei trent’anni, per il quale se la Gioconda di Da Vinci è obsoleta lo è anche quella di Duchamp, per il quale se i baffi oggi sono la sineddoche dell’hipster allora la Gioconda del presente non è altro che la cover ingrassata di un iPhone o uno stencil soldato piuttosto scostumato, disegnato dal maestro dell’arte contemporanea più inseguito, chiacchierato e amato dalla gioventù intelligente. Bansky.

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Buona gita a New York, sindaco.

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  1. La tua descrizione della Union Station di Los Angeles mi fa venire in mente la Stazione Centrale di Milano che vedo tutte le mattine, e il confronto mi fa venire voglia di fare i gargarismi con il Nelsen piatti.

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  2. ma la citazione da chiare fresche dolci acque? muak

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