DFW, non puoi restare per sempre lassù

Si avvicina l’anniversario della morte di David Foster Wallace e io sono già molto stanca. Ho trascorso in sua compagnia tutta l’estate, immergendomi nella sua letteratura e nelle parole degli altri sulla sua letteratura come un sub futurista negli abissi ancora sconosciuti, e adesso – sinceramente – non ne posso più. Rispetto Wallace e riconosco la sua grandezza, sono stata una lettrice attenta e diligente di ogni sua parola (non solo quest’estate, ma dai tempi dell’università), ho individuato tutti i segnali stilistici, tematici, biografici, avanguardistici che potevo individuare ma sono riemersa dagli abissi delle sue storie sentendo l’acqua attorno a me (e non uso questa metafora a caso) troppo gelida per volermi immergere di nuovo. Più leggo Wallace più ho voglia di leggere Ellis. Più leggo Wallace e più mi sento soffocare. Poco dopo essere raggelata.

Ho riflettuto molto su questo. Cosa mi tiene lontana dalla schiera di devoti e appassionati di cui – per formazione e interessi – anche io teoricamente dovrei fare parte? Ho preso in mano Twitter e sono andata a cercare un po’ in giro qua e là le opinioni di alcuni miei colleghi lettori e autori, alcuni dei quali si stanno preparando per celebrare Wallace tra un paio di settimane. Colleghi tutti italiani. Due sono le conclusioni a cui sono arrivata leggendo i loro interventi: 1) la psicosi di Wallace, del tempo di cui scrive, delle sue trame, dei suoi personaggi e del nostro tempo presente tiene tanto lontana me dall’empatia quanto avvicina altri lettori, probabilmente più bravi ad ascoltare la testa invece della pancia, a seguire i labirinti del ragionamento invece del flusso del sentimento; 2) la creazione di un mito post-mortem mi manda su tutte le furie. E questo è un problema molto italiano.

Il punto 2 si risolve presto: nel mio personale progetto di vita con Wallace mi potrò sforzare di considerarlo nella sua interezza di essere umano, prima vivo e poi morto. Semplicemente. Non considero la morte di una persona come il compimento assoluto delle azioni (incluse quelle letterarie) compiute da vivo. Per nessuno, neanche per lui che la morte l’ha scelta. Neanche per altri grandi suicidi: Kurt Cobain, che le viscere al contrario me le smuove, o Hemingway, che era un dannato a mio parere molto più empatico di Wallace. La morte è l’infinito più privato dell’individuo: come fa un altro a sapere?

Il punto 1, invece, è più complesso: psicosi, cunicoli cerebrali, labirinti del linguaggio, specchi sghembi trasformati in trame lampo o smisuratamente allungate, profili malati accentratori d’attenzione, rifrazioni mediate dai media, noia. Questi sono gli elementi della narrativa di Wallace che costituiscono il discrimine tra me e i suoi lettori più appassionati: quando voglio leggere del lato più ombroso della vita umana di solito scelgo il violento sexy e glamour (Ellis, appunto), il sentimentale universale (Franzen), il tragico (un certo Cunningham, un certo Yates), lo schizofrenico postmoderno (Barth, Pynchon e Coover), il quotidiano senza speranza (Carver). Tutti scrittori, quelli tra parentesi, che non vedo come potrebbero essere considerati più deboli di Wallace nell’aver influenzato la letteratura occidentale contemporanea. Sempre che si riesca a lasciar perdere il pericoloso assioma per cui più sei complicato, “imbandanato” e incomprensibile più sei figo.

La noia mi annoia, il cerebrale mi stanca, la psicosi mi tiene a distanza.

La noia mi annoia, il cerebrale mi stanca, la psicosi mi tiene a distanza.. Me la sono ripetuta un bel po’ di volte questa frase, davvero un bel po’. Finché ho trovato una nuova chiave di accesso al problema: ci sono dei lettori che leggono Wallace al suo fianco, che capiscono non solo il significato di quello che l’autore scrive, ma indagano e afferrano le scelte dell’autore prima che costui si metta a scrivere, proprio quell’intervallo di tempo lì tra la creazione mentale e la creazione delle parole, e abbracciano il risultato poi sulla pagina con entusiasmo (che non è detto che sia gioia, è più probabile che sia condivisa angoscia). E poi ci sono i lettori che leggono Wallace seduti a bordo piscina mentre lui è sul trampolino che sta cercando di schiarirsi le idee sulla possibilità di buttarsi o meno. Io appartengo a questa seconda categoria di lettori. E mi sono chiarita le idee leggendo un racconto – ovviamente – di Wallace contenuto in Brevi interviste con uomini schifosi (Einaudi, 2000) dal titolo Per sempre lassù.

C’è un bambino in piscina con i suoi genitori. A un certo punto il bambino si allontana dal suo asciugamano e si mette in coda per salire su un trampolino da cui – si presume – vuole buttarsi. È il suo tredicesimo compleanno. In coda al trampolino, davanti a lui, ci sono un sacco di altri futuri tuffatori. Sempre di più, man mano che la coda davanti diminuisce, sono quelli dietro. È il tramonto di “un tondo lento sole settembrino”. Man mano che il bambino procede nella coda accadono due cose: deve abbandonare il pavimento per iniziare a scalare i pioli freddi, sottili e dolorosi del trampolino; la prospettiva del suo sguardo diventa sempre più alta e da questa prospettiva può osservare la piscina lì sotto. L’acqua. Di nuovo, l’acqua, quella cosa che “è morbida solo quando ci sei dentro”. “La piscina è un sistema di movimenti”, “la vasca è azzurra come l’energia” e il trampolino “è un lanciapersone”. Il bambino pian piano raggiunge la vetta. Quando sta per toccare a lui, nota “due chiazze sporche” all’estremità più flessibile del trampolino, le orme degli innumerevoli salti delle persone che sono venute prima di lui e – realizza il bambino – queste orme sono fatte di pelle. Sono tracce vive dell’uomo passato presente e futuro. Il bambino rimane come ipnotizzato, a fissare le due macchie nere, finché qualcuno da dietro non gli fa pressione perché si decida a buttarsi. E il racconto finisce così:

“Il problema non è l’altezza. Quando torni giù cambia tutto. Quando colpisci, con il tuo peso.

E allora qual è la bugia? Durezza o morbidezza? Silenzio o tempo?

La bugia è che non è una cosa o l’altra. […]

La tavola annuirà e tu andrai, e i neri occhi di pelle si potranno incrociare e accecare in un cielo maculato di nuvole, luce perforata che si svuota dietro la pietra aguzza che è per sempre. Che è per sempre. Metti piede nella pelle e scompari.

Ciao.”

Ho sostituito Wallace al bambino, l’esperienza di lettura all’altezza, il mio dilemma di lettrice alla bugia, l’umanità ai neri occhi di pelle, la realtà alla pietra aguzza, la scrittura al salto – la sparizione del bambino-scrittore dopo aver messo piede nella pelle-realtà.

Al ciao ho risposto ciao.

La mia estate wallaciana è finita e questo è il mio omaggio estivo all’acqua quando ci si tuffa e si va giù negli abissi schiumosi. Perché non puoi certo restare lassù per sempre. E il 12 settembre è soltanto un altro tuffo.

foto

“E’ quello che si dice uno spettacolo. E lo sapevi che da sotto non saresti mai sembrato così in alto lassù. Ora lo sai quanto sei in alto lassù. Lo sapevi che da sotto non si sarebbe mai capito.” Beati quelli che hai portato con te.

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  1. Marta… ma e’ morto Foster Wallace?!

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  2. Bellissimo articolo, complimenti! Tra l’altro, per una strana associazione di idee, le tue parole mi hanno fatto tornare alla mente le cose sostanzialmente analoghe che diceva Alicia, la moglie di John Nash, decidendo di lasciarlo per la prima volta quando era già andato un bel po’ avanti sulla strada della schizofrenia! 🙂 (Ma poi è tornata)

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    • Tu mi hai capito, mi sa. E questo mi tranquillizza molto. Perché non è che io non lo apprezzi, come scrittore e interprete del mondo, ma sono tante le volte che all’ammirazione cerebrale sento di preferire quella viscerale. E non è detto che questa non sia una lettura delle sue opere che Wallace aveva già previsto. Non è forse tutto una burla infinita? Grazie mille, per i complimenti e per avere capito.

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  3. Interessante il tuo punto di vista, mi trova d’accordo soprattutto sulla beatificazione.

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    • Grazie Stefano! La beatificazione rischia di mettere in ombra quello che vorrebbe invece far risplendere. Ma finché ci sono i suoi libri sta solo a noi decidere da che parte prenderlo, se il mito o lo scrittore. Ciao!!

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  4. Pingback: L’America dei Fuorilegge | La McMusa

  5. Giuliano

    Da wallaciano pigro ma convinto, avrei una forte voglia di scriverti che tutto sommato non ti si può dare torto, e poi accluderei una sfilza di “ma però, ma però, ma però…”. E diventerei un fanatico in quattro e quattr’otto. Non se ne esce. Ma la colpa è tutta nostra, di noi che abusiamo di ciò che leggiamo. Perché si abusa nella quantità – basta entrare in un negozio di libri per trovare chilometri di ristampe di DFW che ti spiega come guardare Terminator o come cucinare un uovo al tegamino. E soprattutto si abusa anche nel significato – e a tal proposito mi viene in mente l’introduzione di John Freeman alla sua raccolta di interviste “Come si legge uno scrittore”, in cui racconta la sua prima intervista col proprio mito letterario, John Updike, e l’insegnamento che ne trae. Forse è solo un tentativo paradossale di togliere dalla mano dello scrittore la responsabilità di ciò che scrive, o meglio, degli effetti di ciò che scrive. E mi fermo qui, prima che noia, cerebrale e psicosi impestino questo commento.
    Un bell’articolo in un gran bel blog. Ossequi!

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  6. sonny86muck

    certo non tutto quello scritto da wallace è brillante e scorrevole o necessario, ma se c’è una cosa che secondo me ha fatto con una maestria impareggiabile, è stata la critica con cui ha inchiodato per bene ellis e la gente della sua cricca

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