New York: forse c’è troppa letteratura, qui

C’è un rischio che si corre quando si racconta d’amore: farsi sopraffare dall’amore e non iniziare mai a parlarne davvero. Anatomizzare il proprio cuore senza tener conto di quello del lettore, che spesso si annoia o non capisce o si allontana per invidia. L’amore, poi, è un soggetto traditore, perché chi ne parla apertamente è sdolcinato, chi lo vela è misterioso, chi lo nega è cinico. L’amore dà etichette. Eppure lo si vuole leggere e ascoltare, lo si cerca e lo si aspetta, perché se non ci si pervade d’amore allora di cos’altro?

Paolo Cognetti, uno scrittore giovane d’età e saggio d’intelligenza, nel 2010 ha pubblicato un libro, New York è una finestra senza tende, accettando di raddoppiare il rischio dell’amore: ha scelto come soggetto la Grande Mela, una città che ogni visitatore sente propria a modo suo, ne è un po’ geloso, si fa unico custode e amante di una seppur minima vibrazione, luce, età. Declinazione di spirito, per i più presuntuosi. Tanti scrittori possono peccare di troppo amore, anche solo nei loro diari segreti, nei carteggi digitali, in cartolina.

Cognetti non lo fa.

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“Come la patria di Batman, anche il posto che ho cercato di raccontare è una città molto simile a New York, ma non è davvero New York. Come New York è costruita sul granito, ma anche sul materiale impalpabile dell’immaginazione. E’ fatta di isole, ponti, palazzi, e di infinite pagine di carta. E’ popolata da otto milioni di abitanti e da quelli che vivono dentro i racconti, i romanzi, le poesie. Questa città è un luogo fisico e un luogo della mente, e per ricordarmelo, a volte, invece di usare il nome di New York ho usato l’altro. La città degli scrittori e delle storie. Gotham.”

La sua New York, per cominciare, ha un nome diverso, che lui sceglie, ripete, riscrive e non invoca: la sua città è Gotham, un nome coniato – come l’autore spiega presto a pagina 7 – da Washington Irving nel primo Ottocento. Fa un po’ effetto veder comparire quel nome così spesso, il volto ombroso e sexy di Christian Bale ha fatto capolino nella mia testa più volte durante la lettura. Distraendomi e dandomi inspiegabilmente fastidio. Presto, tuttavia, mi sono educata a capire che questo era un problema mio, che dovevo scacciare i pipistrelli e tornare a sintonizzarmi su Paolo, sul suo racconto di un soggetto d’amore che senz’altro condividevamo ma di cui lui mi stava svelando inedite forme.

La più grande di tutte: Brooklyn. Quartieri, genti, spazi. Brooklyn più grande di Manhattan, Brooklyn più amata di Manhattan. E poi parole. Parole sue, poche, scelte, vive perché vivi erano i paesaggi di cui erano miccia descrittiva, mosse perché erano traduzione di movimenti, esplorazioni, passaggi. Parole di se stesso messe al servizio degli altri, per condividere la strada con altri viaggiatori e portarli con sé, anche se alla giusta distanza. Una buona inclinazione all’accoglienza per chi sta raccontando di un soggetto che ama. Un merito narrativo.

Gotham, Paolo e Brooklyn, però, non sono i soli grandi personaggi di questo libro. Una via di mezzo tra racconto, diario e non fiction, a raccontare New York insieme a Cognetti sono soprattutto le voci di quegli scrittori che l’hanno vissuta e a loro volta descritta, sono quei profili affascinanti che sulle sue strade si sono formati, distrutti, conosciuti, spaventati, si sono espressi e si sono fatti catturare. Ogni capitolo, diviso per zone della città, ospita interi frammenti di grande letteratura, che l’autore sceglie sulla base delle sue ricerche, ma ancor più della passione che lo ha fatto avvicinare agli Stati Uniti e alla sua narrativa anni prima. Un amore che dagli scrittori si riversa sulla città e che dalla città torna agli scrittori attraverso l’azione narrativa di un abile e appassionato interprete. Un passaggio di sentimenti e racconti che è anche un impagabile espediente di conoscenza. Leggere New York è una finestra senza tende, infatti, vuol dire viaggiare per le strade di New York ascoltando le parole di qualcuno che te la spiega, che ti svela qualcosa di nuovo, che fa marcia indietro dentro l’intimità della propria vita privata per farti capire che anche quella è New York, non solo la strada, anche quella è Gotham perché Gotham è stati d’animo, è storie pazzesche di personaggi normali, è storie normali di scrittori pazzeschi, è mille anime e non una, è un’anima diversa per ogni suo abitante o amante di passaggio.

Paolo Cognetti racconta del suo amore per gli scrittori che hanno vissuto a New York, da Paul Auster a Henry James, da Jonathan Lethem a Henry Miller, da Rick Moody a Grace Paley; dalle loro parole prendono forma le diverse zone della città, non tutte, certamente e per fortuna; in quelle zone l’occhio, le gambe, il cuore dell’autore si muovono, si fermano, scrutano e scoprono, la sua mano scrive e il suo spirito ben disposto ci consegna una delizia. Tre passaggi della scrittura d’amore che invita a credere nel miracolo di poter amare la stessa cosa con la stessa intensità senza sentirsi traditi.

Al contrario. Ci si sente un po’ amati anche noi.

New York è una finestra senza tende, Paolo Cognetti (2010), Laterza collana Contromano, pp. 152

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  1. bel pezzo cicmic.poi scritto dal mare mi sembra un atto di puro eroismo.o lo avevi scritto una notte d’inverno nella mansardina senza riscaldamento e ce lo ricicli?

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    • No! L’ho iniziato sul treno direzione Calabria e l’ho finito nella spaziosa casa al mare, fresca di aria condizionata ispiratrice e soprattutto sana 🙂 In mansardina non ci voglio tornare!!

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  2. ben detto, ben scritto, cara compagna di viaggio 😀 #MarteaNewYork . che voglia di tornarci e amarla ancora, da vicino, da dentro. Risfoglierò il libro, per ora,,,,

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