Il bianco e il nero, le tag e l’uomo volante

Recupero dal passato questa recensione, tornata alla mia mente grazie a un altro libro, quello che sto leggendo ora: New York è una finestra senza tende, di Paolo Cognetti, uscito nel 2010 nella collana Contromano di Laterza. A pagina 44 Cognetti scrive così:

“Il reading più emozionante a cui ho assistito è stato quello di Jonathan Lethem, organizzato dal New Yorker Festival del 2004, che si teneva nella sinagoga Beth Hamedrash di Norfolk Street. Un reading letterario in una sinagoga: strano, vero? Qui è una cosa del tutto normale. […] Ascoltare lì dentro un lungo capitolo della Fortezza della solitudine dava alla lettura la solennità di un rito. Il romanzo non ha niente a che fare con la religione […] eppure sentivo che non era sbagliato: come se ci fosse una relazione profonda tra quel posto e l’atto di raccontare storie.”

E questa è una storia che prima o poi nella vita va letta. Buon inizio.

TN_La fortezza della solitudine.qxd:Tascabile narrativa

Brooklyn è povera. Brooklyn è povera negli anni Settanta. È abitata da neri e portoricani, da bianchi alternativi in cerca di affitti più bassi e vicinati meno frenetici, da ragazzini che fanno vita di strada mentre agli incroci, seduti su cassette o bidoncini, i vecchi cantano nenie in lingue straniere; e qualcun altro, poco oltre il grande magazzino di colori, in lingua straniera si ammazza. C’è la droga, a Brooklyn, tanta cocaina e il crack in arrivo. Brooklyn negli anni Settanta è Dean Street e Gowanus e i Wyckoff Gardens; Manhattan è troppo lontana per scorgerne più che uno spicchio di grattacielo dalla finestra di casa. O dal tetto, quando si sale lassù per recuperare qualche spaldeen, le palline gommose e luride usate durante gli scatenati e oziosi giochi dei ragazzi in strada. Brooklyn è la strada. Brooklyn è la casa di Dylan e Mingus, giovani, complicati e irruenti protagonisti di una rincorsa ai valori profondi e commossi dell’amicizia che occupa quasi tutta la durata della storia; Brooklyn è l’immensa terra natia dello scrittore americano Jonathan Lethem, altisonante sineddoche di un’America ormai scassata ma pur sempre grandiosa che lui rappresenta e conosce con indubitabile padronanza. Brooklyn, prima e dopo il grande boom turistico e la gentrification, prima e dopo il personale successo di Lethem come scrittore cult della contemporaneità letteraria avantpop e pop in generale.

Dylan e Mingus fanno fatica a diventare amici: Dylan è l’unico ragazzino bianco in una scuola di neri, Mingus è uno dei neri più duri e rispettati della zona, che non sempre ha piacere di farsi vedere in giro con il ragazzino bianco della scuola, nonostante lo adori, e lo protegga, e lo rispetti come si fa solo con un fratello. A tenerli insieme è un mondo fatto di tag, brevi ma potentissimi nomi propri – nomi d’arte – scolpiti sui muri con scaltro e frettoloso uso del colore onnipotente, e di fantasia da fumetto segreto, da supereroe personificato. Insieme hanno infatti battezzato ogni angolo delle loro strade, da quelli così visibili da essere terreno di guerra a quelli tanto invisibili da poter essere raggiunti solo con dei super poteri. I super poteri di Areoman, l’uomo volante, il cui volo è garantito da un anello magico che i ragazzi hanno ereditato da un barbone, anche lui uomo di strada, caduto al suolo come Lucifero dopo una librata finita male. Areoman deve combattere il crimine nelle strade, deve stare dalla parte dei giusti e, contemporaneamente, nel suo costume fatto in casa, deve essere allenato a volare, deve sapere atterrare addirittura dal ponte di Brooklyn battuto dal vento gelido, deve superare le rivalità che inevitabilmente ha creato tra i due amici, deve conservare la sua anima in un anello-feticcio così tante volte nascosto tra le mani sudate e ansiose di Dylan che per poco non ha smesso di funzionare. Aeroman è un’amicizia quasi impossibile. Aeroman è il supereroe che cambierà super poteri quando Dylan e Mingus avranno cambiato identità, vita, età. I due ragazzini crescono, e si allontanano. Brooklyn si spacca, lacerata da se stessa, e affonda in Manhattan, nel Vermont, nel college, nella galera, fin nella California dalle mille luci magiche e fuggevoli. Non davvero, forse, non per sempre, di sicuro. Intanto gli altri personaggi – il cattivo Robert Woolfolk, l’ambiguo antagonista Arthur Lomb, i genitori Abraham, Rachel e Barret Rude Junior – inseguiranno i due protagonisti a ritmo di colpi di pistola, di cartoline misteriose, di strisce di coca, di musica.

La musica e la scrittura di Lethem sono un tutt’uno, infatti. È il ritmo che conta in questa storia, non per forza accelerato e rullante, anzi molto spesso gonfio, rigonfio, come una vera onda sonora ha da essere. Dal funky al punk, toccando indietro il blues e il jazz e avanti il rock psichedelico, intere frasi di canzoni, ritornelli e recensioni musicali arricchiscono uno stile di scrittura già di per sé sonoro, sentito, solido, ricco. Di certo domate da redini sempre vigili e attente, le frasi che Lethem sceglie per il suo romanzo – che tanto ha di autobiografico – sono lunghe, contengono ripetizioni e ridondanze, si rincorrono, riempiono la lettura di particolari, di segni e suoni, di slang e dialoghi che sanno di vero. Una colonna sonora cruda e abbondante per raccontare di un’America che ancora non sa bene come e dove si possano mescolare il bianco e il nero. Nonostante tale segreta e graffiata unione suggerisca un dolce calore a chi è in grado di coglierlo.

La fortezza della solitudine, Jonathan Lethem (2003), Il Saggiatore, pp. 552

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  1. e questo può essere un bel consiglio…visto che sto per andare a prendere un pò di libri per l’estate!!!

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  2. comprato!! ti farò sapere…

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  3. Che recensione!! Lo prendo! 😉
    Grazie di essere passata da me.. ti seguirò con piacere!
    Greta

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