Bruce e il racconto della terra promessa

Sono andata di nuovo al concerto di Bruce. Per chi è un suo fan, tutto normale: seguirlo ripetutamente in giro per il mondo non è una novità, anzi, io che ho visto solo tre dei suoi innumerevoli ed epici concerti sono niente più che una novellina (Silvano, un nuovo amico, ne ha visti 31, per dire). Per chi non è un fan la mia sconfinata affezione fa rima con incomprensione e a qualcuno, per primi i miei più stretti parenti e amici, quando io parlo di Bruce scappa spesso da ridere.

Il punto è che loro non sanno.

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Per la prima volta nella mia vita Bruce l’ho visto a una distanza inferiore a 5 metri. 5 era anche il malefico numero che segnava la mia sveglia la mattina dell’11 luglio 2013, quando io e il mio immancabile amico Enrico ci siamo faticosamente svegliati per precipitarci all’Ippodromo delle Capannelle di Roma a fare la coda per i braccialetti della gloria, quelli che ti fanno entrare di diritto nel pit, la zona sotto il palco.

Li abbiamo conquistati alle 8 del mattino, mentre arrivava un’ambulanza a prelevare uno che era svenuto appena gli avevano messo il bracciale giallo fluo al polso. Sul serio, poveretto.

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La giornata è stata lunga, bollente e appiccicosa come la lingua di Mefistofele, il terriccio ce l’avevamo fin nelle orecchie, doveva fare tempesta ma le nuvole nere stanziavano sul centro di Roma e a noi, poco fuori dalla città eterna, non restava altro che la visione dantesca di un enorme idrante puntato – dio solo sa da chi – controvento, a bagnare ignoti e invisibili pulviscoli d’aria invece che duemila povere anime prossime al trapasso definitivo.

La mia pelle era così puzzolente e i miei capelli così flosci che quando ho visto profilarsi all’orizzonte l’uomo della mia vita l’ho lasciato inesorabilmente andare. Era un incrocio perfetto – parole di Enrico non mie – tra Russell Crowe versione gladiatore ed Eddie Vedder. Non credo avrebbe acconsentito ad una reciproca conoscenza, con me in quelle condizioni.

Me ne sono già pentita.

Comunque.

Ci sono tre cose incomprensibili, a parer mio, che si ripetono ai grandi concerti: 1) le bottigliette d’acqua senza tappo (soprattutto quando hai un amico come il mio che al chiosco ne compra ben 5, sì 5, e poi le devi bere tutte insieme calde e/o tenerle in equilibrio in mezzo a mani, piedi, gambe, ascelle della gente per ore, senza contare che – per legge – ai concerti si beve poco perché altrimenti come diavolo torni dal bagno sotto il palco, poi?); 2) le persone in prima fila che a metà pomeriggio salutano qualche sfigato sul palco facendo credere a tutti che Bruce sia uscito per fare un acustico (come ogni tanto fa) causando così l’inevitabile, improvvisa e dolorosa compressione sottopalco delle suddette duemila anime, imperituramente destinate così a soffrire le pene dell’inferno fino all’inizio dello show; 3) quei menomati nel cervello che si portano l’iPad per fare video e foto e bloccano la visuale a tutti. Uccidetevi.

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Notare l’iPad dietro il testone di quello davanti a me.

Le recensioni serie dei concerti si fanno il giorno dopo, non a quasi una settimana di distanza. Quindi, per chi fosse curioso di sapere com’è andata da un punto di vista più completo del mio, rimando al sito ufficiale di Bruce, dove c’è una splendida resa della serata e la setlist.

Una setlist ricercata, con tanti brani tratti dal secondo album di Bruce, datato 1973, The Wild, the Innocent & the E Street Shuffle, e meno canzoni commerciali o grandi classiconi.

Anzi, una parte della setlist la interpreto qui sotto perché, una canzone alla volta come i capitoli di un libro, se la ascoltate tutta e leggete qualche testo vi sembrerà davvero di fare un viaggio nuovo alla scoperta di un mondo nuovo. Ecco, è questa la sensazione che questo concerto speciale mi ha dato, un concerto che ho ascoltato e capito molto più di altri e che ho vissuto come un lungo, unico e profondo racconto dal vivo. Il racconto di un paese cresciuto solo a metà (Badlands), romantico e sognatore ma crudelissimo quando è in vena di capricci (Incident on 57th Street), generoso nelle possibilità di successo (Lucky Town) ma esigente e severo nel lavoro e nei sacrifici che richiede ai suoi abitanti ogni santo giorno (Working on the Highway, Shackled and Drawn), orgoglioso dei concetti di giustizia e libertà che ha saputo forgiare in pochi secoli (Stand on It) ma incapace di far sentire la propria gente davvero al sicuro (Death to my Hometown), democratico ma assassino (Born in the USA). Una terra di speranza e sogni (Land of Hope and Dreams) che un giorno di settembre si trasforma in un vento di fiamme e un cielo di dolore (The Rising). Una città promessa a cui si dedicano serenate, inni e mani al cielo (NYC Serenade, Darlington County) ma che, ambigua, ti risponde the door’s open but the ride ain’t free (Thunder Road).

La magia di Bruce Springsteen è che per questo lungo racconto lui ha creato in 40 anni di carriera dei protagonisti bellissimi, i suoi broken heroes in realtà sempre positivi, che ballano, fanno l’amore, lavorano come dei pazzi e non smettono mai di intravedere la via di fuga verso la libertà: sono giovani innamorati, amici in procinto di crescere e allontanarsi, padri e figli che sognano la fortuna; sono strade che puntano verso il paradiso, corse, miglia, fughe che bisogna mordere per essere felici. La strada, la polvere, l’amore, le Cadillac e la vita che ci scorre in mezzo.

Ed è per questo motivo che i suoi concerti sono sempre una festa. Ed è per questo motivo che durante i suoi concerti c’è sempre amore. Lo scorso giovedì a Roma, durante Dancing in the Dark, Bruce ha scelto come sua ballerina una ragazza che in prima fila teneva su questo cartello: “Bruce, se ballo con te il mio fidanzato mi sposa”. Lui l’ha tirata su e ha ballato con lei. Quando i due hanno finito, il fidanzato da sotto il palco ha tirato su un anello di fidanzamento: Bruce non ci ha pensato due volte, l’ha pescato dalla folla e gli ha concesso il palco per fare la sua dichiarazione d’amore. Il ragazzo si è inginocchiato e ha chiesto alla sua innamorata di sposarlo. Lei, che giustamente non capiva più niente, su un palco con Bruce da un lato che rideva e il fidanzato in ginocchio con un anello in mano (senza contare i 40 mila spettatori urlanti), cercando di non svenire dalla gioia si è lanciata sul futuro sposo per baciarlo. Lui le ha concesso un veloce bacio di ricambio, l’ha scansata via subito dopo e si è precipitato su Bruce per stringerlo come un bambino col bambolotto.

Can you feel the spirit? (Bastano solo i primi cinque minuti per farsi un’idea)

 

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  1. masticone

    super orgoglioso di te

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  2. Marta, con questo mi hai fatto esplodere il cuore!

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  3. Visto ora. I can feel the spirit Bruceee! Comunque questo post e’ una storia bellissima.

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  4. Pingback: We are alive – Il ritratto di Bruce se ancora non lo sai | La McMusa

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