Il grande Gatsby – La lezione di Tommaso Pincio

Stamattina mi sono svegliata molto presto per andare a Ivrea, la città della macchina da scrivere Olivetti. Ci sono andata perché da ieri la casa editrice minimum fax e la libreria Galleria del libro l’hanno letterariamente invasa: truppe di libri, ranghi di scrittori e lettori, la fanteria dei giornalisti e dei blogger, e i benedetti eroi solitari, come, per esempio, il politalentuoso Tommaso Pincio. La grande invasione – questo il nome del festival alla sua prima, coraggiosa edizione – ci fa scoprire Ivrea, un gioiellino di città a soli trenta minuti di macchina da Torino (che se però scegli Trenitalia sono almeno ottanta), che chissà quante menti illuminate ha rifornito negli anni passati di tasti e tastiere irrompibili e stilose.

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Io fino a oggi Tommaso Pincio lo conoscevo per i suoi post su Facebook, le recensioni di alcuni dei miei libri preferiti su alcuni dei miei giornali preferiti e il suo nome omaggio al ben più lontano e introvabile Thomas Pynchon. Oggi l’ho conosciuto anche nella sua veste di traduttore, che però mi piacerebbe ribattezzare per l’occasione trasportatore. Dalle 11 alle 12 del 21 giugno 2013, in un’aula del museo eporediese Tecnologic@mente che ricordava tantissimo la scuola media, per le sue sedie strette, un piccola cattedra, la lavagna di fogli e quella col gesso, in quest’aula Tommaso Pincio ha raccontato Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald, riproposto da minimum fax e da lui stesso ritradotto quando caddero i diritti originali italiani (2011). Nel grande quadro delle coincidenze più o meno volute, Gatsby/Leo di Caprio è al cinema da settimane e Gatsby/ti-ricorderò-per-tutta-la-vita-come-un-incubo era sui banchi dei maturandi linguistici proprio ieri.

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Oggi è il primo giorno d’estate e su questo tema Tommaso Pincio inizia la sua lezione. Così voglio chiamarla, lezione, perché questa parola ha un valore e questo valore è che 1) smetti subito di twittare perché quello che senti è troppo bello e non vuoi perdere neanche una parola, 2) impari cose nuove, 3) le cose nuove che impari ti ricordano tanto quelle che hai imparato all’università quando hai scelto di fare l’americanista da grande, 4) riconosci in chi ti sta parlando un’esperienza e una brillantezza di cui vuoi nutrirti più che puoi finché sono lì che perdurano. Ho l’iPhone in mano ma chiudo Twitter e apro la app Note, quella con i foglietti gialli finti e a righe su cui scrivere, obiettivamente, è un incubo fotonico.

Tommaso Pincio racconta così (mescolata nel reportage fedele delle sue parole, qualche mia infedele invasione, oltre che una necessaria selezione degli argomenti da riportare):

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Il grande Gatsby è un racconto d’estate, la prima grande festa che Gatsby organizza nel libro cade proprio durante il solstizio del 21 giugno – potrebbe essere stasera! – e si chiude con la morte del protagonista alla fine di quella stessa estate. Tutto il romanzo è pervaso di luci e colori, che insieme accompagnano e definiscono il glamour dei party, dei ruggenti anni Venti, del sogno americano: sono questi, al pari di Gatsby e anzi proprio dentro e con lui, gli altri grandi protagonisti dell’intera storia. Il sogno, ovvero la ricerca del successo, spiega Pincio, è un diritto che gli americani hanno inserito secoli fa nella loro costituzione (oltre che nel loro dna) ed è un’idea a cui non rinunciano neanche quando il fallimento è davanti ai loro occhi. Tutti hanno il diritto di rincorrere il proprio sogno, tutti i bianchi, i neri, gli immigrati, i giovani e i vecchi, i poveri e i ricchi. E tutti ne fanno un imperativo di vita, senza accorgersi che questo si rivela a volte fin troppo vincolante e spesso cieco: un altro grande scrittore americano, William Gaddis, sostiene infatti (nel libro The Rush for the Second Place) che tutti i romanzi americani alla fine parlano di una stessa cosa e questa cosa è il fallimento di quella rincorsa, l’arrivare secondi, l’essere infelici. Il diritto alla felicità è per tutti ma non tutti ce la fanno. E Il grande Gatsby, dice ancora Pincio, è il primo romanzo in cui si manifesta chiaramente la possibilità di fallire.

Viene pubblicato nel 1925, ma la sua ricezione non è subito positiva, soprattutto da parte della critica. La grande crisi economica del 1929, poi, lo blocca bruscamente e gli anni Trenta hanno altro a cui pensare. È durante la seconda guerra mondiale che Il grande Gatsby viene riscoperto: il governo americano decide di mandare alle proprie truppe una selezione di dieci romanzi nazionali e tra questi c’è proprio l’opera di Fitzgerald. Vengono stampate 150 mila copie in un formato inusuale e un po’ strano – Pincio lo paragona ironicamente al nostro “antico” libro degli orari del treno – ed è dunque al fronte che Gatsby risuscita: era facile per i soldati, tutti giovani ragazzi, identificarsi con un personaggio che, anche lui, aveva combattuto in guerra, aveva lasciato un grande amore dall’altra parte dell’oceano e adesso voleva riacchiappare il proprio sogno di successo, voleva farcela. Ce la faremo a costruire la nostra fortuna? A realizzare il nostro sogno? Ecco chi è il pubblico di Gatsby, i ragazzi che negli anni Quaranta erano soldati. È solo in quel periodo che il romanzo viene letto, accolto e – finalmente – apprezzato. Il grande Gatsby, che più di ogni altro libro descrive i ruggenti anni Venti, viene dunque recepito e mandato al secolo come un romanzo degli anni Quaranta.

Tra i grandi fan di Gatsby non ci sono solo i soldati, però. C’è il giovane Holden, c’è Snoopy e c’è – magari non esattamente in linea con quello che si potrebbe pensare – anche Jack Kerouac. Ed è proprio a lui che si deve una frase misteriosa, su cui Pincio catalizza l’attenzione del pubblico: “Nessuno potrà mai capire l’America perché nessuno potrà mai conoscere il grande Gatsby.” Quanto mistero in questa frase.. cosa vuole dire esattamente Kerouac? Gatsby è lui stesso misterioso, per diverse ragioni. Compare di persona, ad esempio, solo nel terzo capitolo del libro, prima il narratore Nick Carraway lo percepisce come un’ombra, dalle parole degli altri. Chi è Jay Gatsby ? Questo è il suo vero nome? Che lavoro fa per avere tutti quei soldi? Il libro lo spiega, lo racconta, nella parabola narrativa che dal successo lo porta al più terribile dei fallimenti. Ed ecco rivelato, secondo Pincio, il mistero della frase di Kerouac: nessun americano crederà mai di non potercela fare, anche quando non ce la farà davvero, come Jay Gatsby, che muore da fallito ma credendo “nel futuro orgiastico”, nella luce verde al di là della baia. Ancora e per sempre. Ed è così che fa l’America, suggerisce Kerouac in quella frase: una rincorsa forsennata e sognatrice che chi non è americano non può capire.

Per colmare questa distanza e insieme la distanza dei decenni che ci separano dal 1925 Tommaso Pincio decide di dedicare alcuni minuti della sua lezione al racconto di una somiglianza trina: tra lui, l’autore del libro e il protagonista del libro. Tommaso, Francis e Jay. Ad accomunarli il rapporto complicato con le donne altolocate e la ricchezza, un binomio che si nutre di rimbalzi interni un po’ crudeli. Qui si ride, ma qui – in questo blog – questo raccontino non lo riporto: preferisco rimandare alla postfazione del libro di minimum fax, firmata dallo stesso Pincio, che da sola merita l’acquisto di un romanzo che probabilmente avete già più volte letto.

Dopo aver citato Hemingway – che con Fitzgerald non andava d’accordo perché il primo scriveva dall’autorità del successo, mentre il secondo da quella del fallimento – e la Pivano, a cui va il merito di aver tradotto Il grande Gatsby nel modo giusto quando era il momento giusto, Tommaso Pincio finalmente concede al suo lavoro di traduttore un po’ di considerazione e passa dal magistrale ruolo del critico a quello – a parer mio ancora più folgorante, vista la mia ammirazione sconsiderata per i professionisti della lingua straniera – di interprete. Close reading dell’incipit, prima in inglese, poi nella traduzione di altri traduttori, poi nella sua. Che cosa bisogna mettere al centro di questa frase? Qual è il suo baricentro? Chi è che parla e da che prospettiva? Che termini usa? Perché?

Prendo queste domande e le metto nel romanzo come segnalibro, le metto nel mio zainetto come segnaposto da tirare fuori se mai un giorno dovrò tradurre qualcosa e sarò presa dal terrore. Gli applausi, a quel punto, sono tutto un fragore e la gente va via contenta. Qualcuno lo inchioda ancora per qualche minuto in quell’aula bollente, io mi ricordo che ho ancora un desiderio di soddisfare.

Giocare a Indovina chi in una sala che si chiama Santa Marta. Come me.

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Queste, insieme a quelle mostrate sotto, sono alcune delle opere pittoriche di Tommaso Pincio il politalentuoso. Ogni ritratto è uno scrittore, un artista, un personaggio intellettualmente famoso. Nella mostra organizzata nella sala Santa Marta in piazza Santa Marta a Ivrea le targhette non ci sono. Dunque, vediamo chi è il più bravo e li riconosce tutti!

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  1. marta, amo la tua scrittura magnetica ma e’ la seconda volta che ti leggo e trovo spoilers. devi avvertire. io non lo ho ancora letto e non lo sapevo che muore.

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  2. Bel racconto! Quasi ti invidio per l’esperienza in presa diretta. Del resto Tommaso Pincio è uno dei pochi scrittori italiani a scrivere qualcosa di valore.

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  3. Pingback: Il permesso di essere vulnerabili | Lauren Groff | La McMusa

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